Chiudo gli occhi e la vedo: è riversa sul pavimento, e i capelli, che io stessa le ho tagliato, nascondono solo in parte gli occhi sbarrati, pieni di terrore e rifiuto, e le labbra contratte nel ghigno con il quale ha salutato il carnefice. Il sangue che macchia il pavimento della sua casa cittadina, affacciata nel vicolo angusto, stretta fra altre tutte uguali, è ormai secco e disegna il reticolato delle assi. La mente e il ricordo si perdono inseguendo i pochi rivoli infiltrati fra gli interstizi del legno, e la rivedo giovane, vestita di bianco, farsi strada sotto la pioggia battente verso le fievoli luci del campo cui ero di guardia. Non lo sapevi? Si è offerta di insegnarmi un trucco di magia in cambio di cibo, e di una notte all’asciutto. Aveva lo sguardo perso dell’animale braccato e le mani segnate da troppe notti all’addiaccio: la avrei accolta in cambio di nulla, ma mi fece sorridere vedermi trattare come una bambina, e non sorridevo da molto tempo ormai. Hai mai saputo quanto può essere caldo e palpitante il cuore del Nord, nascosto sotto la neve? Chiunque lo abbia conosciuto lo porta con sè, lo serba fra i ricordi più cari, ne sente la mancanza; si torna sempre, al Nord. Lei non ha fatto eccezione. Quando se ne andò, la prima volta, aveva la schiena troppo rigida e il volto ancora scavato da dolori nascosti, e le mani – così dure, così forti all’apparenza – strette intorno alle redini di un cavallo forse più riluttante di lei. Ma ostentava sicurezza, e non feci nulla per scalfire la maschera che si era così ad arte creata. Non lo feci allora, non lo avrei mai fatto; e anche ora, protetta dalle morbide coperte della mia tenda, mentre la luce del fuoco sembra voler scacciare ogni ombra, sento il rimpianto farsi strada, oscuro e gelido, in fondo al cuore. Respiro piano, così come tante volte ho detto ad altri di fare, e la voce non trema quando riprendo il racconto, senza guardarti, così come tu non guardi me, perso nell’inseguire i tuoi ricordi mentre condivido i miei. Sono ricordi lontani, che richiamano una donna che non hai mai conosciuto: una donna fatta dello stesso orgoglio che hai imparato ad amare, costretta a nascondere nella parte più profonda di sè una fragilità che non ti ha mai lasciato vedere. So che non vorrebbe, ma la evoco per te, alla luce delle fiamme, perchè voglio che tu sappia ciò che io so, e possa perdonare. La evoco giovane nonostante i segni del corpo, con la spada al fianco e la mezzaluna d’argento al collo, mentre scivola fra i vicoli del porto verso il faro, e il tramonto le tinge i capelli castani di una sfumatura rossastra. Descrivo per te la sua casa, così simile a quella che poi avrebbe avuto in città, non fosse per l’eterno odore di pesce e salsedine che neppure il sigaro riusciva a coprire. E ricordo i suoi stivali consunti per il troppo fuggire, il mio cercarla anche quando non voleva essere trovata: mi divertiva, quel suo trattarmi da ragazzina – io, così più vecchia di lei – e allo stesso tempo mi addolorava vedere come si sentisse ormai spezzata, pur continuando a lottare. Era bella: non lo ha mai saputo. Era forte: pensava di esserlo per le ragioni sbagliate. Era umana, e non lo ha mai accettato sino in fondo. E per ricucire i brandelli di sè, i frammenti di fiducia e di integrità che le erano rimasti dopo l’aver lottato – e perso – contro i demoni da cui fuggiva, per cercare di proteggere un cuore troppe volte calpestato, si era allontanata ancora di più dalla propria umanità: era ridotta ad una maschera, una marionetta mossa dalle sue stesse paure. Le negava, le evitava – e loro tiravano i fili di ogni sua azione. La constringevano a rinchiudersi in se stessa, rifuggendo ogni vincolo di fiducia e d’amore. La costringevano a fingersi noncurante, quando so che più d’una volta alterò i fatti per scagionare persone ingiustamente accusate, e proteggere chi sapeva innocente. Si diceva egoista, e io le sorridevo in silenzio, senza rispondere; fu solo quando le chiesi, alla luce delle candele, nella stanza principale della sua casa di città, di essere la mia testimone di nozze, che la vidi tremare, ed io tremai per lei, per ogni suo doloroso ricordo, per quell’abito bianco che aveva indossato e visto tingersi di rosso e sporcarsi di fango, per la paura che accadesse lo stesso anche a me. Avrebbe dovuto rifiutare, ma mi tenne per mano, vestita del suo abito migliore, rinunciando alla spada al suo fianco. Era bellissima e triste, quella sera, fra le fiaccole accese nell’aria fredda del Nord, e quando partì lasciò nella mia tenda il vestito che aveva indossato, senza neppure un biglietto. E’ sempre stato più facile, per lei, cercare di lasciarsi tutto alle spalle, seppellire tutto sotto espressioni e convinzioni costruite ad arte. E alla fine – quando ormai era tornata a toccare i vertici di un sistema corrotto, costruendo mosse e contromosse in giochi sempre più complessi di potere e vendetta – non c’era più nessun posto dove fuggire, non era più possibile continuare a correre: si era lasciata alle spalle troppo per potersi fidare di qualcuno, o di se stessa. Chi era lei, dopotutto? Sapeva chi era stata, ricordava – pur non volendolo mai richiamare alla mente – la luce ed il buio del proprio passato. Ma chi era diventata, dopo anni di volti fittizi e di parti interpretate ad arte? So che si guardava negli occhi e non sapeva rispondere, e non sapeva come fuggire, come andare avanti, come tornare indietro.
E in quel momento, tu lo sai, si è sentita sola. Non ero con lei.
Conservo ancora lo specchio che mi ha regalato: ogni volta rivedo lei, il suo viso sotto la pioggia, quella prima volta, e anni dopo la sua sagoma accasciata sul dorso di un cavallo, mormorando il mio nome nella tormenta, con le labbra spezzate dal freddo. Pensò fossi un miraggio, e pianse. Fu la prima volta, e l’ultima.
La conosci, adesso? Conosci l’anima tormentata della donna che neghi d’aver amato? Lo intuivi, ne sono sicura, perchè ti vedo mormorare un assenso triste, forse pensando agli anni solitari passati a fuggire da ciò che il dolore l’aveva resa. Vedi, adesso, la mia colpa? Puoi perdonare?
Non rispondi. Stringi le mani fra loro, sino a far sbiancare le nocche, e non riesci neppure a piangere quando cerchi il mio sguardo al di là delle fiamme, per fissarmi in silenzio qualche istante e poi confessare, atono: “l’ho uccisa io.”