L’inizio

“Who would be born must first destroy a world.”
Hermann Hesse, Demian

Cambio posizione e, pur restando seduta a gambe incrociate, porto la destra sopra la sinistra. Distolgo lo sguardo dalle fiamme che si alzano e danzano al centro della tenda, donando appena un poco di calore all’ambiente ovattato, rivestito ovunque di pelli e tappeti. Chiudo gli occhi e reprimo un brivido.
La punta della lingua passa sulle labbra riarse. Prendo fiato, e la mia voce esce tremante, poco più di un sussurro. Sento lo sguardo attento del mio interlocutore posarsi sul volto, ignorando il corpo protetto dalla massa ribelle dei capelli. Stringo le mani intorno alle ginocchia e quando riapro gli occhi mi concentro sulla mia voce, fissando un punto indistinto oltre lui, cieca al mondo.

Racconto di una ragazzina che non conosceva la vita né la luce del sole.
Rivedo l’umidità sulle pareti di roccia, sento il freddo delle folate che s’insinuavano nella mia stanza spoglia e grigia, priva di altra luce se non il riverbero di una torcia appesa nel corridoio basso e interminabile che conduceva alle celle di tutte noi.
La voce diventa una cantilena lontana. Nella mente scorrono le tonache nere dei guardiani, il loro fruscio, familiare sottofondo al rintocco dei tacchi e al lieve tintinnio delle catene avvolte intorno ai polsi. E poi un suono diverso: piedi scalzi sulla roccia. Piedi di bambine. Tutte più piccole di me.
È difficile parlare. Deglutisco più volte. Quando per un istante metto a fuoco il suo viso, vi trovo soltanto pazienza e un accenno di sorriso, quasi dolce. Sorrido anch’io. Il gesto spezza il ritmo del respiro, riducendolo a uno sbuffo ironico e amaro.
Riprendo. Le labbra articolano, in un soffio, parole di una lingua che non ho mai conosciuto e che tuttavia suona naturale al mio orecchio, alla gola stessa: Fanciulla delle Fiamme.
Così mi chiamavano. Ero stata cresciuta per danzare fra le lingue di fuoco e accogliere il bacio rovente della profezia. Nel ricordarlo alzo il mento, imitando con scherno l’orgoglio che quell’appellativo suscitava in me.
Le parole escono come un fiume, senza quasi lasciarmi respirare. Mi trascinano nel ricordo; la tenda scompare, il crepitio del fuoco si allontana.
Da molto lontano, come se fossi fuori dal mio corpo, osservo la mia immobilità contrapporsi alle emozioni che si rincorrono sul volto davanti al mio, oltre l’alone rossastro che s’indebolisce mentre la legna si consuma. E mi dispiace per lui quando la curiosità cede allo sgomento.

Gli racconto di una ragazzina che si muove insieme alle fiamme, danzando a piedi nudi sulle braci ardenti, mentre il fuoco proietta ombre inquietanti sulle pareti di roccia. Talvolta, per un istante, le ombre sembrano assumere la forma di animali in lotta. Poi il movimento della danza le dissolve.
Gli occhi della ragazzina sono annebbiati dalle droghe e dall’estasi; le labbra arricciate in un ghigno disumano che fa sorridere i carcerieri mascherati, lo so. L’ho sempre saputo, anche senza poterli vedere. Avvolti nelle pesanti toghe nere, osservano la danza per interpretare i messaggi del dio, mormorando litanie.
Parlo di quel dio con fatica. Mi alzo di scatto e faccio due passi verso l’uscita, senza sollevare il lembo di pelle che mi separa dal mondo esterno così bianco, soffice e freddo. Resto invece nella penombra calda della tenda, così simile alla caverna dove il mio corpo diventava rovente e si muoveva sotto l’influsso di forze che non mi appartenevano.
Quelle forze assecondavano la volontà di una divinità che vedevo fluttuare dietro le palpebre socchiuse, nei primi momenti d’incoscienza. La sua risata era profonda e roca.
È quel suono, tornato alla memoria, a interrompere la narrazione.
Al mio improvviso silenzio lo sento alzarsi. Gli do ancora le spalle quando si avvicina. Due braccia fredde accennano a circondarmi. Un brivido mi attraversa e mi ritraggo bruscamente. Mi volto a guardarlo senza nascondere lo sgomento. Scuoto il capo. Balbetto che non posso.
Poi gli parlo di ciò che mi unisce al dio: un legame nato in una notte che non ricordo e non posso ricordare. Una notte in cui una delle Fanciulle conobbe il volto senza maschera di un carceriere.
Al mio primo vagito lei, impura, fu consegnata alle fiamme. Io invece ero un’eletta, figlia di un credente. Il fuoco mi accolse senza bruciarmi e il volto del dio fu il primo che i miei occhi ancora chiusi videro. Da allora il suo possesso riempì ogni angolo della mia mente, rese nulla la mia volontà e rovente il mio corpo, perché nessuno potesse toccarmi.
Quando tenta di abbracciarmi una seconda volta mi ritraggo di nuovo. Gli occhi mi bruciano per lacrime mai, o non ancora, versate mentre lo vedo tornare a sedersi oltre il braciere, nel punto della tenda che gli consente di stare il più lontano possibile da me.
Lo osservo chiudere gli occhi e passarsi una mano sul volto. Taccio a lungo, il capo chino, finché non mi esorta a continuare.
Gli parlo delle visioni, sempre più nitide a ogni danza: simboli, volti e luoghi concatenati in un ordine preciso, scanditi dagli echi della risata del dio. Le voci monotone dei guardiani ponevano domande e il mio corpo rispondeva. La danza diventava lenta o frenetica, fluida o spezzata; le ombre mutavano sulle pareti mentre il fuoco lambiva piedi e caviglie, traducendo in figure ciò che appariva davanti ai miei occhi nell’intontimento del rito.
Prendo fiato per proseguire, ma una mano si alza, improvvisa e perentoria. I suoi occhi mi scrutano. Deglutisco e torno a sedermi, lontano dal centro della tenda, lontano da lui, come se soltanto la vicinanza dell’uscita potesse proteggermi.
Mi rivolge una sola domanda, a voce bassa.
Trattengo il respiro. La smorfia sulle sue labbra si fa più netta quando mi dichiaro innocente, inconsapevole. Il rossore che mi sale al viso mi tradisce e mi costringe a confessare.
Consacrata fin dalla nascita, ero la più longeva fra le danzatrici. Vedevo arrivare bambine e ragazze trascinate dai fedeli, semicoscienti, con polsi e caviglie legati e la schiuma alla bocca, segno delle droghe somministrate con la forza e in dosi eccessive. Morivano presto. Oppure il fuoco le consumava e le rendeva folli. Io sopravvivevo a tutte. Ne arrivavano altre, e io continuavo a danzare.
Il dio mi amava per ciò che ero. Lo sapevo. Per tutta la vita non avevo dubitato di quella certezza.
Nel suo amore mi rendeva partecipe di ciò che vedeva. Mi mostrava frammenti del futuro, volti, luoghi, simboli. E io li accoglievo con gratitudine, come un dono.

Che cosa caratterizza l’amore di un dio assassino? La morte.

All’inizio ne coglievo soltanto l’eco. Un corpo riverso a terra. Un sorriso spento. Una macchia rossa sulla neve. Poi le immagini si fecero più nitide. Troppo nitide. I dettagli divennero impossibili da ignorare. È difficile spiegare quanto tempo impieghi il terrore a nascere in una mente che non conosce alternative. Occorre imparare a dare un nome alle cose.
Lì nessuno era mai stato gentile. Nessuno era mai stato amichevole. Nessuno si era mai davvero occupato di me. Ma nessuno mi aveva mai fatto davvero del male.

Mi accorgo ora di quanto poco sapessi del male.

Non mi avevano insegnato nulla. Non conoscevo il mondo oltre la roccia. Non conoscevo nulla dell’anima dentro di me. Eppure, qualcosa in me iniziò a frantumarsi quando vidi cadaveri ammassati nei campi arrossati, o ragazze accasciarsi all’improvviso, colpite da dardi avvelenati scoccati dall’ombra, il sorriso rimasto acceso sul volto come una muta accusa.
Quel ricordo mi scuote ancora. Il tremore distorce ogni parola e assale il corpo mentre spiego come le sequenze d’immagini divennero storie: uccisioni, vite troncate, rapimenti. Capii da dove venivano le piccole Danzatrici destinate al fuoco. Capii quale fosse il senso della mia esistenza.
Non danzare. Non profetizzare. Servire il dio, rendere manifesta la sua volontà, così che potesse diventare reale.
Ero poco più che una schiava. Quella a cui era stato concesso di vivere abbastanza a lungo da vedere le altre arrivare, bruciare e scomparire, mentre io restavo.
Avrei continuato a danzare finché la sua volontà non avesse consumato ogni cosa, lasciando di me soltanto un corpo vuoto che gli apparteneva.
Per un istante, credo, riuscii ad abbracciare con la mente quel destino. Restare. Obbedire. Continuare ad amarlo, perché non conoscevo altra forma d’amore e non sapevo immaginare una vita che non cominciasse e finisse in lui.
Poi, in lontananza, il boato di un’esplosione.
Caddi a metà della danza.
Solo più tardi avrei riconosciuto nella visione che seguì un dono. Allora non ero che una ragazza riversa sui carboni tiepidi della fossa cerimoniale, intorpidita dalla stanchezza e ancora intoccabile.
Nel dormiveglia vidi due creature combattere.
L’immagine torna nitida mentre gliela descrivo. Non conoscevo il nome di nessuna delle due, eppure il loro movimento mi era familiare: ricordava le ombre che il fuoco faceva inseguire sulle pareti della caverna.
La prima emerse dalle fiamme.
Scaglie nere ne rivestivano il corpo e, sotto di esse, pulsava una luce rossastra, come carboni nascosti sotto la cenere. A ogni respiro il petto si accendeva; quando spalancava le fauci, il fuoco deformava l’aria intorno alle ali spiegate. Si muoveva come se tutto ciò che raggiungeva gli appartenesse già.
L’altra creatura avanzava nella neve.
Aveva il corpo massiccio di un orso e una pelliccia così bianca da confondersi con la distesa che lo circondava. Ogni respiro era una nuvola di brina. Ogni passo affondava nel ghiaccio. Continuava ad avanzare, lento ma inesorabile.
Non si inseguivano. Non tentavano di fuggire. Si cercavano, come se ciascuno sapesse che l’altro esisteva e nessuno dei due potesse ignorarlo.
Il drago avanzò per primo. Le fiamme investirono la neve. L’orso caricò. Gli artigli incontrarono le scaglie.
Si abbatterono l’uno sull’altro con una furia che non avevo mai visto. Il fuoco anneriva la pelliccia; gli artigli spezzavano le scaglie. Si ferivano, cadevano. Quando finalmente restavano immobili, privi di vita, le ferite si rimarginavano. Si rialzavano. La lotta ricominciava.
Per ore, credo. Forse per tutta la notte.
Nessuno dei due poteva vincere senza distruggere l’altro. Nessuno dei due rinunciava.
Tacendo, fisso le fiamme al centro della tenda. Ora comprendo ciò che allora potevo soltanto vedere.
Il drago conosceva il fuoco; l’orso conosceva soltanto la neve e un orizzonte che non prometteva nulla. Eppure continuava ad avanzare.

Lui non si muove. Lo sguardo resta sul mio volto, paziente e troppo attento. Quando parla, la sua voce è bassa.
«E tu, cosa volevi?»
La domanda apre qualcosa che avevo tenuto chiuso fino a quel momento.
Il dio mi amava. Lo avevo sempre saputo. Mi aveva scelta, protetta dal fuoco, resa diversa da tutte le altre. Per anni la sua volontà era stata la mia, e non avevo avuto bisogno di desiderare altro.
Ma l’orso continuava ad avanzare.

Mi alzo prima di sapere che sto per farlo. Sono così vicina all’uscita che basta una mano.
Sollevo il lembo della tenda e il freddo pungente dell’alta montagna mi brucia la pelle. Sono scalza, eppure faccio un passo nella neve.
Dietro di me lo sento chiamarmi, poi cercare un mantello e infilarsi gli stivali. Non mi volto.
Cammino, sempre più in fretta.
Che cosa volevo?
La domanda pulsa insieme al cuore. Restare significava continuare ad appartenergli. Fuggire significava ammettere che dentro di me esisteva qualcosa che non era suo. Qualcosa che forse ero io.

Il freddo ferisce più del fuoco, ma non torno indietro.
Alla fine, corro.