“When life leaves us blind, love keeps us kind”
Linkin Park, The Messenger
Di che colore è il sole nel momento del primo albeggiare? Rosso, dicono.
A stento riesce a fendere il buio della notte, eppure appare così luminoso da ferire gli occhi non abituati a quella luce lontana. Una luce calda, screziata d’arancio e d’ocra, che ammorbidisce i contorni delle cose e dona a tutto una parvenza di accoglienza, di familiarità.
A tutto. Anche a una cella. Al pavimento squallido e disadorno. Alle pareti spoglie. Alle sbarre che impediscono di affacciarsi all’aria e al sole e che, nella luminosità rossa dell’alba, sembrano quasi i ricercati decori di una finestra troppo piccola.
Ricorderò sempre il riflesso del sole sul ferro rovinato.
E il rosa di quelle mani grandi e forti, accese dalla luce del mattino.
Mani strette alle sbarre, aggrappate come all’ultimo appiglio di un naufrago.
Quanto tempo era passato da quando quel minuscolo ambiente su ruote era diventato tutto il mio mondo? Non ne ho idea. Quanto tempo da quando avevo iniziato a trovare conforto proprio nel suo essere piccolo, vuoto, privo di ogni possibilità d’imprevisto? Non lo so. Poco, probabilmente. Troppo poco.
Eppure, quando il cuore viene privato persino della possibilità di essere colto di sorpresa, la mente finisce per cercare rifugio negli spazi più stretti.
Il sussulto improvviso, il respiro spezzato dall’inaspettata violazione di quella che ormai consideravo una prigione rassicurante, mi fecero capire in un istante quanto avessi bisogno di provare di nuovo qualcosa che non fosse l’apatia nella quale mi ero rifugiata per non soffrire. E poi, mentre strizzavo gli occhi dall’angolo più buio della cella per mettere a fuoco quelle mani aggrappate al ferro, splendenti nella luce dell’alba, mi resi conto di quanto fossi fortunata.
Non mani qualsiasi. Le sue. Ne conoscevo ogni dettaglio.
Avrei potuto distinguerle fra mille semplicemente sfiorandole, al buio, a occhi chiusi. Ricordavo la ruvidezza del palmo, il calore che irradiava, la delicatezza delle dita. Le carezze. La stretta delle sue braccia. Il battito del cuore che apparteneva a quelle mani.
Rividi tutto mentre strisciavo verso la finestra.
Dopo giorni trascorsi immobile nella stessa posizione, ero impossibilmente lenta. E il tempo, che per me non aveva più alcun significato, sembrò riacquistarlo all’improvviso nell’eternità che impiegai per raggiungere le sbarre e tendere il braccio verso di lui.
Gli sfiorai le nocche. E chiusi gli occhi.
Lui non parlava, eppure riuscivo a sentire la sua voce. Una voce calda, morbida, insospettabilmente dolce, che sembrava arrivare da un luogo remoto e risuonava dentro di me, toccando qualcosa che non sapevo — o non ricordavo — esistesse. Era la prima cosa che avevo percepito quando avevo aperto gli occhi fra gli arbusti spinosi. Il viso sporco di fango. Il corpo ferito. Lo sguardo incapace di mettere a fuoco il mondo.
Attorno a me c’erano figure indistinte, ma già allora esisteva soltanto la sua voce.
Prima il suono. Poi le parole. Una nenia capace di quietare l’affannoso alzarsi e abbassarsi del mio petto. Ricordo ancora il sorriso stanco che mi sfuggì mentre mi lasciavo raccogliere dalle sue braccia.
Piccola, dispersa, ferita creatura.
Fra quelle braccia ebbi l’impressione di aver trovato una casa.
Era facile passare ore a osservarlo, rannicchiata in un angolo. Facile ascoltare le sue storie e gli episodi della sua vita. Senza accorgermene, avevo iniziato a far ruotare le mie giornate attorno a quei momenti di condivisione. Alle sue parole. Ai rari sorrisi che mi rivolgeva e che sapevo appartenere soltanto a me.
Sfuggivo il suo sguardo.
Temevo di perdermi in un sentimento che scoprivo con sempre maggiore stupore, incapace di dare un nome a quel dolore tanto intenso quanto piacevole, così incredibilmente nuovo.
Ogni istante ritorna alla mente quando sfioro quelle dita segnate dalla spada e dalla corda dell’arco.
Dita che conservavano l’odore delle erbe medicinali e degli ingredienti del rancio. Le stesse dita che avevano accolto fra loro una sconosciuta trovata fra le spine, un po’ per scherzo e un po’ per tenerezza.
Che uomini d’arme erano mai, se si lasciavano commuovere dalla vista di una donna ferita e smarrita? Che uomini duri e crudeli potevano essere coloro che rinunciavano alle proprie comodità per offrirle a un’ospite e trasformavano una trovatella di passaggio in una presenza stabile dello squadrone?
Eppure li avevo visti combattere. Li avevo visti sfuggire a tranelli e imboscate. Li avevo visti lasciare che i loro volti perdessero ogni traccia d’umanità. Tutti. Tranne lui.
Combatteva in silenzio, con gli occhi colmi di lacrime e la solennità di un officiante che ripete un rito antico, incapace di abituarsi davvero a ciò che sta compiendo.
Tremavo a ogni battaglia. Tremai anche quella notte, quando il nostro campo si trasformò in una distesa di fiamme e urla. Quando corsi fra decine di corpi trucidati cercando il solo che non avevo ancora visto a terra, immerso nel sangue.
Pensavo fossero morti tutti. Invece no. Dieci, forse poco più, erano stati fatti prigionieri. Fra loro c’ero anch’io. Mi fu riservato l’onore di una cella tutta per me. Sola, separata dagli altri.
Scortata verso il mio nuovo alloggio sotto gli sguardi impotenti e furiosi di chi, come me, portava catene ai polsi. Da allora smisi di parlare, un po’ per scelta, un po’ per necessità.
Rimasero soltanto la solitudine, l’ostinato rifiuto del cibo e il continuo rincorrere, ancora e ancora, impossibili vie di fuga.
Fino alle sue mani, strette alle sbarre. E alle mie, gelide e artiglianti, posate sopra le sue.
Non c’è una parola. Non c’è uno sguardo. Solo mani che si cercano e si stringono.
Poi sento un urlo.
Riconosco la mia voce, sebbene a fatica: è un suono inumano, nato da un cuore che si spezza, mentre il sole sorge e le sue mani si fanno fredde sotto le mie.
Scivolano via dalle sbarre. Prive di forza.
Inerti e morte, nell’accecante luce di una limpida mattina d’estate.