Artista

“But one man loved the pilgrim soul in you,
And loved the sorrows of your changing face.”
W.B. Yeats

Ha gli occhi grigi, scuri e serissimi, fissi su di me. Il viso giovane e candido è circondato dalla massa morbida dei boccoli neri: i capelli dei Morrigan. La osservo a lungo, seguendo la curva delle labbra chiuse in un’attesa testarda e il profilo delle dita intrecciate intorno alle gambe strette al petto. Aspetto che il respiro si calmi e che le idee trovino ordine.
Poi inizio a raccontare, nel silenzio ovattato della tenda, mentre fuori la neve ci avvolge.
Al suono della mia voce si rilassa e appoggia il mento alle ginocchia. Eppure continua a guardarmi, concentrata su quell’inverno lontano che le mie parole riportano alla vita.

Un inverno gelido, in cui il vento faceva danzare minuscoli frammenti di ghiaccio. Un inverno di guerre nelle terre del Nord, che rendevano le strade di montagna insicure quanto le valanghe, capaci di ostruire all’improvviso valichi e passi e travolgere chiunque fosse tanto avventato da percorrerli.
Ricordo tutto: l’odore dei pini nell’aria pungente, il cielo coperto da nubi basse e pesanti, le raffiche di nord-ovest che sembravano spingermi verso la valle lontana, fischiando fra le pareti strette del valico più a sud. Il vento era l’unico suono in un silenzio altrimenti irreale. Ci si abitua, al rumore del vento. Quando cessò all’improvviso, mi stupì più quell’assenza della figura slanciata comparsa davanti a me.
Ferma di fronte a lui, fra la neve e il ghiaccio, fui io a parlare d’amore. Fui io a dare un nome al legame che entrambi fingevamo di non comprendere e che nessuno dei due riusciva a spezzare.
Lui rimase in silenzio e mi sorrise. Un sorriso beffardo che solleticò il mio orgoglio. Ma teneva gli occhi fissi nei miei, e il suo sguardo era serio.

Sapevo che i suoi occhi non mentivano: occhi d’artista, di un verde cangiante, attenti e indagatori. Occhi che per primi avevano saputo vedere oltre le maschere e i veli, facendomi sentire nuda e protetta nello stesso istante. Li vidi per la prima volta al di là del riverbero di una fontana, nella luce morbida di un tardo pomeriggio di primavera. Incontrarono i miei, così chiari, e ci sorridemmo senza dire nulla mentre restavo immobile e mi lasciavo ritrarre: colta a metà di un pensiero, già in parte altrove, inseguendo qualcosa. O forse fuggendo.
Li riconobbi, velati dall’afa estiva, sotto la tesa nera di un cappello a punta. Non mi stupii quando li ritrovai ancora e ancora lungo il mio cammino, rivolti come per caso verso di me.
Imparai a conoscere i suoi sguardi gentili, così spesso accompagnati da parole taglienti. Imparai a vedere oltre, come quegli occhi avevano fatto con me, un giorno, al di là del riverbero di una fontana, scorgendo ciò che neppure io sapevo di celare.
Quando infine, in un gelido giorno d’inverno, alla vigilia di una battaglia, parlai d’amore, non cercai una risposta nei suoi gesti o nelle sue parole. Sarebbe stato sciocco. E allora pensavo di possedere una certa saggezza.

Ti vedo sorridere, bambina, e sorrido a mia volta. Ma non mi interrompo. Mi hai chiesto una storia a lieto fine, dopotutto, e per accontentarti devo ricordare l’inverno fatto di rare lettere recapitate da un soffio di magia e di lunghe marce nella neve, mentre accompagnavo gli eserciti alleati in battaglia. Devo ricordare il disgelo e il valico assediato; la forza e la disperazione che ci sorressero mentre difendevamo la nostra casa dagli invasori.
E devo ricordare il viaggio verso sud, allo sbocciare dei primi fiori, per festeggiare la fine della guerra. Un viaggio lungo attraverso terre che cercavano, fra le macerie, scintille dell’antico splendore. Un viaggio quieto, per lo più solitario, fino alle foreste del sud, vive di ruscelli e laghetti, da sempre un luogo amico per me.

Non mi accorsi subito di non essere sola. Fra gli alberi secolari e gli intrichi di rami e cespugli, accade spesso di sentirsi osservati. Ma la carezza insistente di quegli occhi verdi d’artista mi fece fermare, e lo chiamai perché svelasse la sua presenza. Non era cambiato. Come avrebbe potuto? Per me non sarebbe mai cambiato. Gli sorrisi e, forse per la prima volta, lui ricambiò il sorriso.
Nei boschi stava nascendo una piccola comunità di persone che, come noi, erano sopravvissute alle battaglie. Cercavano di riportare alla luce antiche glorie, e i cancelli d’ingresso erano soltanto un assaggio delle meraviglie nascoste oltre le mura. Quel luogo stava diventando casa per lui, e mi invitò a visitarne gli scorci. Lo presi per mano e lo seguii, senza chiedermi dove mi stesse conducendo. Mi avrebbe presentato un principe, disse: colui che li guidava tutti. Annuii. Non mi importava.
Quando il principe ci accolse, mi rivolse uno sguardo sprezzante e, voltandosi come per andarsene, mi ordinò di inchinarmi. Rifiutai. Dei palazzi sorti nella foresta non vidi che un’unica stanza: una cella, per quanto rivestita di morbidi tappeti. Un inchino mi avrebbe lasciato la vita e restituito la libertà. Era un prezzo che non ero pronta a pagare.

Ti sei mai chiesta, bambina, perché non nascondo il marchio che mi sfregia il polso destro? Non vuoi sapere perché porto con orgoglio un simbolo che, in alcuni luoghi, è riservato al bestiame?

Guarda oltre, bambina.

Guarda gli occhi d’artista chiudersi, perché non tradiscano l’espressione dura e assente dipinta sul suo volto. Guardali riaprirsi e posarsi su di me mentre, ancora una volta, rifiuto un inchino. Guardali velarsi di lacrime quando, con l’inganno, mi brucia la carne e mi imprime il marchio che mi rende parte delle schiere del principe.

Non ascoltare le parole sferzanti che mi rivolse allora. Ignora il sarcasmo nella voce e i gesti bruschi. Ignora il prezzo che mi impose perché avessi salva la vita.
Guarda soltanto i suoi occhi. E torna con lui a quel momento, sotto la neve.

Ti accorgerai che mi aveva risposto: «Anch’io.»