Ha gli occhi grigi, scuri e serissimi, fissi su di me; il viso giovane e candido è circondato dalla massa morbida dei boccoli neri: i capelli dei Morrigan. La osservo a lungo, seguendo la curva delle labbra chiuse in un’attesa testarda e il profilo delle dita intrecciate intorno alle gambe strette al petto. La osservo a lungo, aspettando il tempo necessario per calmare il respiro e raccogliere le idee. Poi inizio a raccontare, nel silenzio ovattato della tenda, mentre fuori la neve ci avvolge. Si rilassa al suono della mia voce, appoggiando il mento alle ginocchia; eppure continua a guardarmi, concentrata su quell’inverno ormai lontano che le mie parole evocano. Un inverno gelido, in cui il vento faceva danzare minuscoli frammenti di ghiaccio; un inverno di guerre, nelle terre del Nord, che rendevano malsicure le strade di montagna quanto le valanghe che, d’improvviso, potevano ostruire valichi e passi, travolgendo chiunque fosse così avventato da percorrerli. Ricordo tutto: l’odore dei pini nell’aria pungente, il cielo coperto da nubi pesanti e basse e le raffiche di nord-ovest che sembravano spingermi verso la valle lontana, fischiando fra le pareti strette del valico più a sud. Il rumore del vento era l’unico suono in un silenzio altrimenti irreale: ci si abitua, al rumore del vento. E quando cessò, d’improvviso, mi stupii più per quell’assenza che per l’improvviso apparire di una figura slanciata che mi fissava. Ferma davanti a lui, fra la neve ed il ghiaccio, fi io a parlare di amore; fui io la prima a dare un nome al legame di cui sembravamo così inconsapevoli e che eravamo, al contempo, incapaci di spezzare. Lui restò in silenzio e mi sorrise, di un sorriso beffardo che solleticò il mio orgoglio; ma aveva gli occhi fissi nei miei, e mi guardavano seri. Sapevo che i suoi occhi non mentivano: occhi d’artista, di un verde cangiante, così attenti e indagatori. Occhi che, per primi, avevano saputo vedere oltre le maschere e i veli, facendomi sentire nuda e protetta ad un tempo. Li vidi la prima volta al di là del riverbero di una fontana, nella luce morbida di un tardo pomeriggio primaverile. Incontrarono i miei, così chiari, e ci sorridemmo senza dire nulla, mentre restavo immobile e mi lasciavo ritrarre così – colta a metà d’un pensiero, già in parte altrove, inseguendo qualcosa, o forse fuggendo. Li riconobbi, velati dall’aria afosa dell’estate, sotto la tesa nera di un cappello a punta; e non mi stupii quando li ritrovai ancora ed ancora, scoprendoli ad osservarmi lungo il mio cammino, rivolti come per caso verso di me. Imparai a conoscere i suoi occhi, gli sguardi gentili che accompagnavano parole taglienti; imparai a vedere oltre, così come – una volta, al di là del riverbero di una fontana – loro avevano fatto con me, scorgendo ciò che neppure io sapevo di celare. E quando, alla fine, in un gelido giorno d’inverno, alla vigilia di una battaglia, parlai d’amore, non fu nei suoi gesti o nelle sue parole che cercai una risposta. Sarebbe stato sciocco, e pensavo di potermi riconoscere una certa saggezza. Ti vedo sorridere, bambina, e sorrido a mia volta; ma non mi interrompo: mi hai chiesto una storia a lieto fine, dopotutto, e per riuscire ad accontentarti devo ricordare l’inverno fatto di rare lettere recapitate da un soffio di magia e lunghe marce nella neve, accompagnando gli eserciti alleati in battaglia; devo ricordare il disgelo, e il valico assediato; devo ricordare la forza e la disperazione che ci sorressero nel difendere la nostra casa dagli invasori. E devo ricordare il viaggio verso sud, allo sbocciare dei primi fiori, per festeggiare la fine della guerra. Un viaggio lungo, fra terre che cercavano di ritrovare, fra le molte macerie, scintille di un antico splendore; un viaggio quieto, per lo più solitario, fino alle foreste del sud, gorgoglianti di ruscelli e laghetti, che sono sempre state un luogo amico per me.
Non mi accorsi subito di non essere sola: accade spesso, fra gli alberi secolari e gl’intrichi di rami e cespugli, di sentirsi come osservati. Ma la carezza insistente di quegli occhi verdi d’artista mi fece fermare, chiamandolo perchè svelasse la sua presenza. Non era cambiato; come avrebbe potuto? Non sarebbe mai cambiato, per me. Gli sorrisi, e forse per la prima volta ricambiò il sorriso. Si stava formando, nei boschi, una piccola comunità di chi, come noi, era sopravvissuto alle battaglie; cercavano di riportare alla luce antiche glorie passate, e i cancelli d’ingresso erano un assaggio delle meraviglie che celavano. Stava diventando casa, per lui, e m’invitò a visitarne gli scorci. Lo presi per mano, lo seguii, e non feci caso a dove mi condusse. Mi avrebbe presentato un principe, disse: colui che li guidava tutti. Annuii; non m’importava. E quando il principe ci accolse, mi rivolse uno sguardo sprezzante e, voltandosi come per andarsene, mi chiese d’inchinarmi. Rifiutai. E dei palazzi sorti nella foresta io non scorsi che un’unica stanza: una cella, per quanto rivestita di morbidi tappeti. Un inchino mi avrebbe lasciato la vita, e restituito la libertà. Era un prezzo che non ero pronta a pagare.Ti sei mai chiesta, bambina, perchè non nascondo il marchio che mi sfregia il polso destro? Non vuoi sapere perchè porto con orgoglio un simbolo che in alcuni luoghi è riservato al bestiame?Guarda oltre, bambina. Guarda occhi d’artista chiusi per non rovinare l’espressione dura e assente dipinta sul volto; guardali aprirsi e osservarmi, mentre ancora una volta rifiuto un inchino. Guardali velarsi di lacrime mentre, con l’inganno, mi brucia le carni e mi marchia, rendendomi parte delle schiere del principe. Non ascoltare le parole sferzanti che mi rivolse allora; ignora il sarcasmo tagliente nella voce e i gesti bruschi; ignora il prezzo che mi impose per avere salva la vita. Guarda solo gli occhi e torna, con lui, a quel momento sotto la neve. E ti accorgerai che mi rispose: “anch’io”.