Anime perdute

“[…] e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.”

X Agosto – G. Pascoli

I tomi polverosi che mi circondano sembrano l’unico porto sicuro in un mondo travolto da troppi, costanti sconvolgimenti.

In questo luogo fatto di mille scalinate, di stanze racchiuse in altre stanze e labirinti di siepi che al tramonto s’infuocano, chiudendoti in un cerchio di fiamme, persino i fantasmi sembrano perdersi: ho creduto, per un attimo, di poter sfuggire ai ricordi, nascondermi dagli occhi che mi cercano nell’ombra, dalle voci il cui sussurro riempie ogni momento di silenzio. “Mamma” – li sento chiamare, ora ridendo giocosi come quando rincorrevamo le libellule, all’alba, vicino al fiume, ora piangenti, impauriti, così come la mia mente li immagina in quegli ultimi istanti. Nel silenzio della biblioteca fisso le mie mani inerti sul diario. Sono mani ferme, curate, con dita lunghe e prive di qualsiasi ornamento, con l’unica eccezione della fede nuziale; sono le stesse mani che aveva lei, con le quali accarezzava il fratello minore, tirava il filo dell’aquilone o cercava di disegnare draghi.

E all’improvviso ricordo le sue mani di neonata, in un tempo che sembra ormai lontanissimo: mani dalla pelle delicata, così sottile da risultare quasi trasparente sopra alle nocche, lasciando intravedere il reticolo di capillari al di sotto. Mani paffute, che si sono strette in pugnetti rabbiosi e convulsi quando, appena nata, volti estranei le hanno prestato le prime cure; le stesse mani che, all’improvviso, si sono rilassate, aprendosi un poco mentre lei scivolava nel sonno, tra le mie braccia. E ricordo la paura, mentre osservavo le sue labbra schiuse, ascoltando il respiro regolare di quel corpo abbandonato contro il mio, fiducioso e quieto: un sentimento travolgente, che mi serrava la  gola, mi faceva mancare il fiato e tremare le mani; un terrore sordo, annidato nelle profondità del mio essere, come un corpo estraneo gelido e freddo di cui non non riesci ad ignorare la presenza. Preda dell’angoscia di perderla, lei, appena nata, così fragile, le ho promesso di proteggerla, non pensando più ai mesi tormentosi della gravidanza, nè allla nausea, al senso di rifiuto che mi assaliva ogni volta che pensavo a quella creatura, ancora sconosciuta, che cresceva dentro di me. Prima di vederla, di vedere come la curva delicata dalla sua gota combaciasse con il palmo della mia mano, lei era – per me – solo il ricordo straziante di suo padre. E quando la sentii scalciare per la prima volta non ci fu nessun sussulto, nessuna tenerezza, nessun intreccio delle mani al grembo, a proteggere quella vita embrionale, delicata.

No. Mi sfregai i polsi, ricordando le corde, e quel suo scalciare ritmato mi ricordò il suono regolare e cadenzato dei passi che si avvicinavano nel buio, mentre lo aspettavo, immobile, non riuscendo ad obbedire alla parte razionale di me che mi supplicava di fuggire. La consapevolezza di quanto ero stata ingiusta nei suoi confronti, riducendola al legame con chi l’aveva generata, mi colpì quando nacque così come mi colpisce ora, facendomi chinare il capo per la vergogna. E adesso, a capo chino, non vedo le mie mani sul diario, inerti e vuote; vedo le sue, che stringono la mia camicia mentre piange, affondando il viso tra le pieghe della stoffa. Sento i suoi singhiozzi, che mi scuotono, ora come allora, come fossero i miei. Sento ancora il peso del suo corpo mentre la prendo in braccio, e mi stupisco, ora come allora, di come io abbia mai potuto vedere l’ombra di qualcun altro annidarsi nella sua; e mi accorgo di come, ai miei occhi, i suoi capelli neri e gli occhi, con quel riverbero azzurro nel grigio, siano suoi e suoi solamente. E provo le stesse emozioni che mi sommergevano mentre la stringevo, cercando di consolarla; di nuovo prometto a me stessa, in silenzio, che farò qualsiasi cosa per proteggerla.

Che valore ha, la promessa di una madre?

Ho tentato. Ho tentato di costruire per lei un mondo con molta luce, qualche ombra e pochi spigoli; con fiori, aquiloni, e il riverbero delle stelle nelle acque placide di un lago. Ho scelto una casetta ai margini del bosco,  circondandola di rose selvatiche, il cui profumo – in primavera – permeava la casa, insinuandosi dalle finestre lasciate aperte. Ho scelto una casetta con due sole stanze, perchè il crepitare delle fiamme nel camino si sentisse in ogni ambiente, durante gli inverni nevosi, riempiendo l’aria del profumo di resina. Le ho insegnato a leggere e scrivere durante i pomeriggi assolati, abbiamo guardato insieme tramonti infuocati, sedute sulla soglia di casa; abbiamo camminato nella foresta al mattino, quando l’aria gelida fa condensare il respiro e la terra umida, coperta di foglie cadute, attutisce il rumore dei passi. Ho condiviso lo stupore nel suo sguardo di fronte ad ogni nuova meraviglia, di fronte ad ogni nuova scoperta; il cuore palpitava con il suo quando rideva, inseguendo una farfalla, o esultava per un nuovo, piccolo, grande successo. La guardavo crescere, imparavo di nuovo il mondo attraverso i suoi occhi, e – nel profondo – tremavo. Tremavo perchè sapevo che, presto o tardi, mi avrebbe chiesto chi fosse suo padre. E quando quel momento è arrivato, mi sono stupita di come, in realtà, fossi tranquilla: tranquilla nel non mentire, nel cercare di tradurre l’amore, il dolore, il tormento, in qualcosa di semplice, di cui lei potesse cogliere l’essenza. Tranquilla perchè sapevo che non avrebbe potuto cogliere, in nessuna mia parola, tracce di quel rifiuto iniziale, svanito come neve al sole. Senza più l’ombra tetra del padre ad oscurare le giornate di sole, per un attimo mi sono cullata nell’illusione che quel mondo di calda luce dorata ci avrebbe cullate e protette per sempre. E’ stato questo, a distrarmi? La promessa di una felicità duratura e completa, nel vedere una famiglia creata sul sangue e sul dolore scacciare l’oscurità che lambiva i contorni dell’ esistenza, e crescere? Il senso d’appartenenza che – la sera – rilassava i muscoli stanchi, quando la osservavo raccontare storie inventante al fratellino, ancora troppo piccolo per fare altro che guardarla con occhi colmi d’amore? Eppure, quando nel buio della notte li osservavo dormire abbracciati, riaffiorava alle labbra e alla mente quella prima promessa di protezione, sopita, forse, ma mai dimenticata.

Ma quanto vale la promessa di un madre, quando il cielo si copre di cenere?

Non ricordo perchè fossi fuori, nè perchè loro non fossero con me. Non ricordo l’esplosione, troppo lontana perchè io potessi realmente avvertirla. Ricordo lo stormire improvviso delle foglie, e il cinguettio assordante degli uccelli che lasciavano i nidi fra gli alberi, in un frenetico, convulso battere d’ali. Ricordo il colore del cielo: un improbabile viola, orlato di nero, con – lontano, verso le montagne – un cuore pulsante di rosso e arancio, che faceva sembrare pallido e spento il già debole sole del tramonto. Ricordo il silenzio. E quel volteggiare di coriandoli grigi sospinti dal vento: non neve ma cenere, di un bianco sporco, malsano. Si posava su ogni cosa, anche sulle mie mani aperte, tra le ciglia, sulle labbra. Non so quanto tempo trascorsì, immobile, a guardare la cenere cadere. Non ricordo d’aver parlato, o pensato; so solo che – d’un tratto – mi accorsi di come tutto era diventato incolore, persino i miei abiti, e mi riscossi all’improvviso. Non ero lontana da casa. Corsi. La cenere era così tanta che neppure i miei passi riuscivano a riportare alla luce la terra scura del sentiero: lasciavo orme grigie nel grigio. La porta spalancata era come una bocca aperta in un urlo muto. In quel mondo ovattato, faticai a trovare la voce per chiamarla. E quando non arrivò risposta, quando non vidi altro che cenere ovunque, senza neppure un’impronta, nè l’orma del corpo di bimbo nel letto, anche il mio pianto fu silenzioso.

Quanto tempo è passato, da allora, non saprei dirlo. Molto, suppongo: abbastanza perchè io non abbia più lacrime. E sebbene la cenere si sia dissolta, il grigio è rimasto.

Li ho cercati. Li cerco tutt’ora. Li cercherò sempre.
Ma ho chiuso la porta di casa e scelto la compagnia dei libri, in questo luogo a metà fra incubo e sogno, preferendola al silenzio assordante di due stanze vuote, con le finestre incorniciate da rose appassite.