ricordi di luna e di stelle

Fra i rumori della folla
ce ne stiamo noi due,
felici di essere insieme,
parlando piano,
forse nemmeno una parola

Walt Whitman

Auguri, perchè lo so che stai leggendo.
In memoria delle campane.
2010-2021

Inspiro il profumo delle rose, chiudendo gli occhi: inginocchiata sulla sponda di questo laghetto artificiale, sento i sassolini pungermi la pelle attraverso la stoffa dell’abito, e mi scopro a sorridere.
Il tepore avvolgente della primavera sembra scomparire mentre i ricordi si affacciano alla mente, riportandomi a nord, sulla sponda di un altro lago, dove non frondosi salici piangenti ma montagne perennemente nevose facevano da cornice al cielo stellato.
Il tempo scorre senza significato: non saprei dire quanto ne sia trascorso, da quella notte. Posso dire che sembra essere tutto accaduto non mesi, non anni, ma secoli fa: non importa davvero. E’ come fosse ieri, ancora, sempre.

Era il tramonto, e l’estate avanzata aveva sciolto la neve intorno al lago, rivelando i prati verdi e fioriti che digradavano fino alla riva sassosa: avevo i capelli sciolti, e un abito leggero, come non ero solita indossarne, abituata a vivere tra le nevi perenni. Ricordo che tolsi gli stivali, avanzando scalza fino all’acqua, ancora tanto fredda da togliere il fiato, così tersa che si potevano vedere le pietre bianche e lisce del fondale. Una luce ancora calda, aranciata, faceva tremolare le lombre dei monti, che sempre più si allungavano verso l’acqua placida del lago; solo il canto non troppo lontano dei tordi spezzava un silenzio altrimenti irreale. Ero sola, respiravo ad occhi chiusi il vago profumo di resina nell’aria, proprio come ora faccio con quello delle rose: non è cambiato nulla, eppure è cambiato tutto. Anche ora sono sola. Allora, sei arrivato tu.
Ho sentito il pietrisco scricchiolare sotto la suola delle tue scarpe, e ho sorriso, senza voltarmi, senza aprire gli occhi. Ricordo che mi hai abbracciata, e mi sono appoggiata a te, rilassando le spalle contro il tuo petto: non è forse questo, fidarsi? Abbandonarsi, senza difese, senza maschere? Era così, allora. E ho cercato di non muovermi, di non spezzare il ritmo del respiro, che così facilmente si era sincronizzato al tuo. Ma non era possibile: rimanere immobili non è mai stata un’opzione, in nessuna circostanza. Così mi sono scostata, ruotando nel cerchio delle tue braccia, e sorridere è stato – per entrambi – l’unica cosa necessaria. Sorridere e cercarsi, con un che di incerto e urgente, come se baciarsi fosse proibito e vitale al tempo stesso. E nell’intreccio delle dita, alla fine, nel tenersi per mano, si potevano intuire parole che non riuscivamo pronunciare, alle quali non saremmo riusciti a dare voce; ma non importava. Abbiamo camminato, ricordo. Abbiamo camminato piano, senza mai scostarci troppo l’uno dall’altra: io ancora scalza, sulle pietre che, con l’avanzare della notte, andavano raffreddandosi, e tu con il capo chino, per potermi guardare, incurante di dove stessi mettendo i piedi. Il sole, intanto, tramontava, e le lunghe ombre dei monti si facevano più cupe, di un’oscurità quasi solida, come una sostanza densa che s’allungava oltre l’acqua, arrivando a lambire le nostre figure solitarie.
Adesso, potrei dire: era un presagio. Allora ti camminavo accanto, ti guardavo negli occhi, e non avevo percezione dell’ammassarsi del buio intorno a noi. Non so dire di cosa parlammo, forse di tutto, forse di nulla; ma se anche non ricordo le parole, ricordo la tua voce: bassa e avvolgente, perdeva – quando eravamo insieme – i consueti accenti pungenti, acquistando una morbidezza nota, forse, solo a me. La ricordo con il senso di calma e familiarità che hanno i ricordi più cari, e mi sembra di udirla ancora ora, portata dalla leggera brezza di primavera, confusa al fruscìo delle fronde dei salici, come mormorasse insieme ai petali delle rose appena sbocciate. E così apro gli occhi, e vedo le sponde curate del laghetto artificiale, senza che ci siano montagne a chiudere l’orizzonte, ma solo il perimetro delle mura di cinta, là, oltre gli alberi; le mani si stringono intorno alla stoffa della veste, senza trovare la seta leggera di quell’estate, ma qualcosa di più ruvido, più consunto dal tempo.
E con l’affacciarsi della realtà il ricordo inizia a scivolare via.

Esito, e rilasso le dita, intrecciandole nel ricordare il tocco delle tue mani sulla pelle, e il battito del tuo cuore – lento, regolare, rassicurante – quando, più tardi, allo scomparire dell’ultimo bagliore, ci sedemmo, abbracciati, a guardare le acque farsi scure. E quando la luna sorse, superando le punte innevate dei monti, il suo riflesso rischiarò la conca che ci cullava, riflettendosi sul lago immobile: tanto grande e tanto luminosa da far sbiadire il riflesso delle stelle. E così ci sdraiammo per poter vedere le costellazioni cercare di combattere la luce della luna, senza dire niente. Vicini, con le tue braccia strette intorno a me e il mio capo poggiato nell’incavo della tua spalla: quel punto che, come modellato intorno a me, mi ha sempre fatto sentire a casa. Fu così che ci addormentammo, fu così che ci risvegliammo, ai primi raggi del sole, il mattino dopo.

Da allora, quante notti sono trascorse? Per quante notti ancora ci siamo addormentati insieme, lasciando svanire i problemi del giorno, le difficoltà di vite così diverse, così totalizzanti? Molte, qualcuno direbbe. Non abbastanza è, invece, la mia risposta. Non le ricordo tutte, così come non ricordo tutti i risvegli. Ricordo l’ultimo, nella nostra stanza: una camera piccola e avvolgente, in una casa ai margini del bosco. Una camera in cui s’insinuava il profumo delle rose selvatiche, e da cui – anche attraverso la porta chiusa – si sentiva il crepitare delle fiamme in inverno, e il respiro sereno e profondo dei bambini che dormivano nella stanza accanto. Un risveglio come tanti, con il riverbero dorato del primo sole che lambiva i cuscini, e le nostre palpebre chiuse. Un risveglio fatto di sorrisi, di frasi lasciate a metà: non serviva concluderle. Un risveglio fatto di gesti consueti, di rumori conosciuti: lo scricchiolare delle assi del pavimento, lo sbattere di un’imposta, sospinta dal vento di primavera, le risate e il profumo del pane e della frutta, commentando la giornata che ci attendeva. Un risveglio quieto. Adesso, sola su questa riva silenziosa, ricordo l’ombra che la porta, nel chiudersi, ha gettato per un attimo sul tuo viso, velando di un che di cupo il tuo sguardo: lo ricordo davvero? O tutto ciò che accadde dopo ha regalato tinte fosche alle immagini che custodisco nella memoria, cambiando per sempre quel nostro ultimo risveglio, prima che tutto ciò che conoscevamo venisse sconvolto dall’esplosione, e dalla cenere?
La porta, che con cura e attenzione avevi chiuso, perchè custodisse parte del tuo cuore, era spalancata; la casa, vuota, ha scavato un buco altrettanto vuoto al centro del mio petto. E nella desolazione che è seguita, neppure tu hai potuto riempirlo: non c’eri. Non restavano che i ricordi, cui aggrapparsi.

Ma adesso, in una notte di primavera, sulla riva d’un laghetto troppo piccolo, troppo poco profondo, scelgo di guardare il riverbero della luna nell’acqua, e di stendermi per osservare le stelle ammiccare nel manto buio del cielo. Torno da te, in quella notte sulla sponda di un altro lago, sentendo sotto la nuca l’incavo della tua spalla. E, chiudendo gli occhi, per un attimo sono di nuovo a casa.