Incubi

E’ con il buio che arrivano gl’incubi; a volte ci si scopre a desiderare il buio.

E gl’incubi.

Strappo la pagina e intingo di nuovo il pennino nell’inchiostro. Nero, non potrebbe avere altro colore. Rosso sangue, forse, ma di sangue non ce n’é mai stato molto. Il nero, invece, ha dominato sin dall’inizio. Era notte, la prima volta. Non ricordo che tipo di notte, o di che colore fosse il cielo. Il buio è la sola cosa che è rimasta impressa, se pure nella stanza ci fosse qualche luce, tenue. Fiaccole, torce. Luce pallida, come timorosa d’infrangere il buio, di rompere la perfetta estensione del nero. Lo stesso nero che adesso vedo ricoprire il foglio, insidiarsi fra le venature della pergamena, disegnando arabeschi sinuosi mentre scrivo. Ho sempre avuto paura anche solo di parlare, di pensare. Perché scrivere, ora? Non so. Da giorni mi assilla il ricordo della mano. La destra, credo fosse. Cercavo di non guardarlo, mentre lui mi fissava, studiandomi, tutt’altro che discreto. Cercavo di non guardarlo, eppure il ricordo dei suoi occhi è indelebile, e la mano mi assilla ancora. La destra, che mi ha colpita in volto, facendo chiudere di scatto le labbra. Ho picchiato la testa, ricordo. Ma non aveva importanza. La sua voce continuava ad echeggiarmi nelle orecchie, ed anche ora non riesco a liberarmi di quel suono, nonostante il tempo. Le parole. . non le ricordo, non tutte. So che non definirei quello che ci siamo detti un discorso. Insulti? O forse un gioco. Non sono mai riuscita a capire la diversità, con lui. Ma il ricordo del suo tocco mi assilla. Tutt’altro che delicato, quella prima volta, così come le seguenti. Quando è subentrata la paura? Ha sempre potuto solo toccarmi. Anche quando ero a terra, stesa nel buio d’una stanza non mia. Il buio. La distesa nera, liscia e carezzevole del buio. Non vorrei più altro abbraccio, ora. Ma allora? Volevo la luce, volevo essere altrove. Ero in una stanza non mia, occupata a contare stelle, incapace di dormire. Come possono gl’incubi infestare le menti sveglie? Come possono gl’incubi assillarti, con il ricordo dei colpi, con il suono ossessivo dello stridente rumore del metallo contro il fodero, con il ritmo dei passi, che cadenza il mio respiro, rendendolo ansioso, di paura e malcelata attesa?  Chiudo gli occhi, come ho sempre fatto nell’attimo prima di udire la sua voce, di avere la chiara percezione della sua presenza. Chiudo gli occhi, e rivedo con chiarezza ogni istante, ogni momento. Torno a percepire ogni tocco, e devo concentrarmi sul movimento del petto, che s’alza e s’abbassa, per essere sicura di far arrivare aria ai polmoni. Quanto c’è di affine, fra il terrore e il desiderio? Eppure, la convinzione di dover resistere è salda. Nonostante i suoi occhi, che mi fissano, seguendo ogni mio movimento. E’ immobile, inginocchiato. Non si potrà muovere ancora per un poco, ma io indugio. Lo osservo alla luce della luna, ne cerco gli occhi.  Ora so perché gli ho parlato, so perché non sono fuggita: come non volere che tornasse da me, che venisse a cercarmi ancora una volta? E quale miglior movente da offrire, a lui, che la vendetta? E’ tornato. Come posso desiderare che mi tocchi? Tremo, e mi allontano, quando invece so che avrei voluto avvicinarmi. Cerco di nascondermi, ma il corpo non mi aiuta, e resta rigido, cercando di trascinarmi dove sono ancora più visibile. Uno sguardo alla catena, seguendo, ipnotizzata, il puntale che ondeggia, lento e inesorabile. Passo la lingua sulle labbra, ed è strano poter sentire il sapore amaro del ferro, quando ancora è così lontano da me. Lontano, eppure non come prima. Sempre più vicino. Indietreggio ancora, e la parte razionale, la parte consapevole, convince il corpo. Tardi; e quando mi risveglio, non riesco a respirare. Labbra secche, e il sapore del sangue. Tanto, troppo. Lo strazio delle carni, dove le catene le stringono, impedendo i movimenti; mi vedo costretta ad attribuire all’intontimento e al dolore il pallido tentativo di fuga: non più che qualche strattone a ciò che mi blocca su una branda neppure troppo comoda. Il dolore fiorisce ancora, violento, improvviso. Poi la sua presenza, che acuisce ogni sensazione, e smorza il dolore; ma non parlo, non posso. Riesco ad emettere solo singhiozzi spezzati, e qualche debole diniego, rivolto più a me stessa che a lui. Minima, l’opposizione. Quasi nullo, il tentativo di resistergli, di allontanarlo da me. Ho chiuso gli occhi, ricordo, per non vedere i suoi. E nel buio delle palpebre abbassate, l’ho odiato. Quando è tornata la luce, lui era scomparso, lasciando nuovi lividi sul mio corpo stanco. L’ho cercato, perlustrando la stanza con lo sguardo. L’ho cercato, inutilmente. Neppure le catene ferivano più polsi e caviglie. Da libera, l’ho odiato di più, per essersene andato. Stracci, ormai, non vestiti, a coprirmi, quando mi sono trascinata fuori dalla stanza, e poi dalla casa. Uno sguardo alle mie spalle, prima di allontanarmi, con la consapevolezza di dovermi nutrire di odio, per cercare di dimenticare, e tenerlo lontano da me. Allora, perché l’ho difeso? Perché, quando l’ho visto di nuovo in ginocchio, inerme per sua stessa volontà, ho impedito che lo colpissero? Nell’aiutarlo, mi sono scoperta a sorridere. La sciocca giustificazione d’essere la sola a volergli procurare dolore, per quietare la coscienza, mentre ancora una volta gli parlo, trasformando il sorriso in derisione. Ancora una volta, faccio in modo che torni da me. Si è stancato di picchiarmi, ed io rimpiango i colpi che lo portavano, se pur per brevi momenti, a toccarmi. Sono sola, in una piccola tenda che odora d’incenso, senza comodità che rendano desiderabile l’addormentarsi. Sono sola, quando mi concedo una sorta di vergognosa nostalgia, maledicendomi al contempo per la mia debolezza. Così, quando torna, resto a distanza, cercando di far sì che se ne vada, cercando di creare l’occasione che mi porti a non doverlo più incontrare. Questo mi ripeto, incessantemente. Anche mentre le labbra si schiudono per invitarlo a restare. E quando mi accorgo di cosa ho realmente detto, il mio corpo si sta già muovendo, fluido e autonomo, per indicargli l’alloggio a lui riservato. E mi dico, nel silenzio della mente, con tono risoluto, con convinzione appositamente costruita, che non lo vedrò più, che non sarò lì a salutarlo quando se ne andrà. Che morirà di fame, prima ch’io gli dica dove trovare del cibo. Un’ora, e torno da lui. Mi insulto, cerco di fermarmi, ma non ha importanza. Il corpo non ascolta, e la mente neppure, quando la mano si serra sulle mie labbra, stringendo, per farmi tacere. Tremo, vicino a lui. Per quale motivo? La mancanza di risposta, o la certezza della risposta: ecco la causa della mia paura, improvvisa, assoluta. E faccio in modo che venga portato via da me, che mi stia lontano. Non riesco a sopportare, però, l’idea che qualcuno gli faccia del male. Qualcuno che non sia io? Forse. Ma lo difendo, ancora. E lo cerco, di nuovo. Apro la porta di casa sua, assordata dal rumore del mio respiro affannoso, sobbalzando allo strusciare dei miei piedi scalzi sul pavimento. Fisso la porta della sua stanza, desiderando vedere attraverso. Non posso permettermi di aprirla. Voglio e non voglio, che si svegli, che mi veda. Un biglietto scritto in fretta, senza cura alcuna, senza riflettere, per poi essere libera di correre, di allontanarmi, di trovare un riparo per dormire, e poter così sognare di tornare, di riuscire a non scappare davanti ad una porta chiusa.  Mi trascino con poca convinzione lungo strade e vicoli angusti, scegliendo istintivamente i percorsi meno frequentati.  Passi lenti, svogliati, che si fermano per un pensiero improvviso. Quante persone soffrono, perché io non riesco a stare lontana da lui? Un brivido, e riprendo a camminare. Lascio le strade per cercare erba e alberi. Mi accorgo, in un momento di lucidità, che i passi non sono casuali quanto credevo. Cerco un luogo preciso, scopro, dove so di trovare qualcuno che potrà distrarmi, anche se non so per quanto. E di nuovo, mi trovo in una stanza non mia, dove non posso neppure contare le stelle. C’è qualcosa, nella condizione del prigioniero, che mi invoglia all’apatia e al sonno, lasciando che siano gli altri a preoccuparsi della mia sorte. Al prigioniero, di solito, non è richiesto alcunché. Ma l’idea della prigionia in vista dell’asservimento riesce a restituirmi un vago desiderio di lotta. Inutile. E mi ritrovo in un mondo capovolto, dove la fiducia incide la mia pelle con ferri roventi, e sono gl’incubi ad offrire aiuto, a parlare di libertà. Il ricordo mi assilla. Non il ricordo del tocco, questa volta. Indugio un momento, e ripercorro con lo sguardo la distesa nera sul foglio, mentre la mente fissa assorta l’immagine indelebile di due figure che si guardano, che si parlano. Immagine sbiadita, perché è il suono ad occupare la parte principale del ricordo. E la consapevolezza, mai scomparsa, della risposta che mi è salita spontanea alle labbra. Mi sono impedita di parlare. Perché? Non saprei dirlo neppure ora. Quando se n’è andato, l’immobilità del corpo mi ha parlato di dispiacere, e non ho neppure cercato di dissimulare. I ricordi si fanno recenti, i sorrisi più frequenti. Sorrisi di scherno e commiserazione. Scrive, e vado da lui. Non cerco d’impedirmelo, non mi dico nulla che possa suonare come una giustificazione non cercata. Nel vederlo, non provo a nascondere la paura, la preoccupazione, l’affetto. E di nuovo, gli parlo, scegliendo con cura le frasi. Ne cerco la vicinanza, rispondendo ad una sete che sono stanca di celare a me stessa. Il corpo ha smesso di tremare quando avverte il tocco delle mani. Lo guardo, studiando ogni dettaglio, prima di andare via, sapendo che non sarà un’assenza lunga. Non mi volto a guardarlo, perdendomi a fissare il buio. E’ sempre buio. Fisso di nuovo il foglio, dove l’inchiostro ha disegnato una larga chiazza scura, per l’improvvisa staticità della mano. E mi scopro a chiudere gli occhi, desiderando di dormire. Sogni, o incubi, non ha importanza. Entrambi nascono dal desiderio della mente, entrambi lasciano strascichi di sé durante il giorno, facendo sì che si desideri ancora la notte, ancora il buio.