Perdono

Ma adesso che viene la sera ed il buio mi toglie il dolore dagli occhi, e scivola il sole al di là delle dune a violentare altre notti, io nel vedere quest’uomo che muore Madre, io provo dolore.”
Fabrizio De André, Il testamento di Tito


Chiudo gli occhi e la vedo: è riversa sul pavimento. I capelli, che io stessa le ho tagliato, nascondono solo in parte gli occhi sbarrati, pieni di terrore e rifiuto, e le labbra contratte nel ghigno con cui ha salutato il carnefice. Il sangue che macchia il pavimento della sua casa di città, affacciata su un vicolo angusto e stretta fra altre tutte uguali, è ormai secco e disegna il reticolato delle assi.
La mente e il ricordo si perdono dietro i pochi rivoli infiltrati negli interstizi del legno, e la rivedo giovane, vestita di bianco, farsi strada sotto la pioggia battente verso le fievoli luci del campo cui ero di guardia.
Non lo sapevi? Si offrì di insegnarmi un trucco di magia in cambio di cibo e di una notte all’asciutto. Aveva lo sguardo perso dell’animale braccato e le mani segnate da troppe notti all’addiaccio.
L’avrei accolta in cambio di nulla, ma mi fece sorridere quel suo trattarmi come una bambina. E non sorridevo da molto tempo.
Hai mai saputo quanto può essere caldo e palpitante il cuore del Nord, nascosto sotto la neve? Chiunque lo abbia conosciuto lo porta con sé, lo serba fra i ricordi più cari, ne sente la mancanza.
Si torna sempre, al Nord. Lei non fece eccezione.
Quando se ne andò, la prima volta, aveva la schiena troppo rigida, il volto ancora scavato da dolori nascosti e le mani, così forti all’apparenza, strette intorno alle redini di un cavallo forse più riluttante di lei. Ostentava sicurezza, e non feci nulla per scalfire la maschera che si era costruita con tanta cura. Non lo feci allora. Non lo avrei mai fatto.
Anche ora, protetta dalle morbide coperte della mia tenda, mentre la luce del fuoco sembra voler scacciare ogni ombra, sento il rimpianto farsi strada nel cuore.
Respiro piano, come tante volte ho detto ad altri di fare, e la voce non trema quando riprendo il racconto. Non ti guardo, così come tu non guardi me, perso nell’inseguire i tuoi ricordi mentre io condivido i miei.
Sono ricordi lontani, che richiamano una donna che non hai mai conosciuto: una donna fatta dello stesso orgoglio che hai imparato ad amare, costretta a nascondere nel punto più profondo di sé una fragilità che non ti ha mai lasciato vedere. So che non vorrebbe, ma la evoco per te alla luce delle fiamme, perché tu sappia ciò che io so. E possa perdonare.
La evoco giovane, nonostante i segni sul corpo, con la spada al fianco e la mezzaluna d’argento al collo, mentre scivola fra i vicoli del porto verso il faro e il tramonto tinge di rosso i suoi capelli castani. Ti descrivo la sua casa, così simile a quella che avrebbe poi avuto in città, se non fosse per l’odore persistente di pesce e salsedine che neppure il sigaro riusciva a coprire.
Ricordo i suoi stivali consunti dal troppo fuggire, e il mio cercarla anche quando non voleva essere trovata. Mi divertiva quel suo trattarmi da ragazzina, io che ero tanto più vecchia di lei, e allo stesso tempo mi addolorava vederla sentirsi ormai spezzata e continuare, nonostante tutto, a lottare.

Era bella e non lo ha mai saputo. Era forte, ma per le ragioni sbagliate. Era umana. E non lo ha mai accettato fino in fondo.

Per proteggere ciò che restava di sé dopo anni di lotta contro i demoni da cui fuggiva, aveva imparato ad allontanarsi sempre più dalla propria umanità. Era diventata una maschera. Continuava a negare le proprie paure, eppure erano loro a guidare ogni sua scelta. La costringevano a rinchiudersi in se stessa, a rifuggire ogni legame di fiducia e d’amore. A fingersi noncurante, quando so che più di una volta alterò i fatti per scagionare persone ingiustamente accusate e proteggere chi sapeva innocente.
Si diceva egoista, e io le sorridevo in silenzio, senza rispondere.

Fu solo quando le chiesi, alla luce delle candele nella stanza principale della sua casa di città, di essere la mia testimone di nozze, che la vidi tremare. E io tremai per lei: per ogni ricordo doloroso, per quell’abito bianco che aveva indossato e visto tingersi di rosso e sporcarsi di fango, per la paura che lo stesso potesse accadere a me.
Avrebbe dovuto rifiutare. Invece mi tenne per mano, vestita del suo abito migliore e senza la spada al fianco. Era bellissima e triste quella sera, fra le fiaccole accese nell’aria fredda del Nord.
Quando partì, lasciò nella mia tenda il vestito che aveva indossato, senza neppure un biglietto.
Per lei era sempre stato più facile cercare di lasciarsi tutto alle spalle e seppellire ogni cosa sotto espressioni e convinzioni costruite con cura. Alla fine, quando era ormai tornata ai vertici di un sistema corrotto, costruendo mosse e contromosse in giochi sempre più complessi di potere e vendetta, non le restava più alcun luogo in cui fuggire. Aveva lasciato troppo dietro di sé per potersi fidare ancora di qualcuno. O di se stessa.

Chi era lei, dopotutto? Sapeva chi era stata. Ricordava, pur rifiutandosi di richiamarli alla mente, la luce e il buio del proprio passato. Ma chi era diventata, dopo anni di volti fittizi e parti interpretate con tanta abilità? So che si guardava negli occhi e non sapeva rispondere. Non sapeva come fuggire, come andare avanti, come tornare indietro.
E in quel momento, tu lo sai, si sentì sola.
Non ero con lei.
Conservo ancora lo specchio che mi ha regalato. Ogni volta che vi poso lo sguardo, rivedo lei: il suo viso sotto la pioggia, quella prima volta; e, anni dopo, la sua sagoma accasciata sul dorso di un cavallo, mentre mormorava il mio nome nella tormenta, con le labbra spezzate dal freddo.
Pensò fossi un miraggio, e pianse. Fu la prima volta, e l’ultima.
La conosci, adesso? Conosci l’anima tormentata della donna che neghi di aver amato? Lo intuivi, ne sono sicura. Ti vedo mormorare un assenso triste, forse pensando agli anni trascorsi in solitudine, a fuggire da ciò che il dolore l’aveva resa.


Vedi, adesso, la mia colpa? Puoi perdonare?


Non rispondi. Stringi le mani fino a far sbiancare le nocche e non riesci neppure a piangere quando cerchi il mio sguardo al di là delle fiamme. Mi fissi in silenzio per qualche istante, poi confessi, atono:
«L’ho uccisa io.»