Incubi

Deep into darkness peering, long I stood there wondering, fearing, […]”
Edgar Allan Poe, The Raven

È con il buio che arrivano gl’incubi; a volte ci si scopre a desiderare il buio.
E gl’incubi.
Strappo la pagina e intingo di nuovo il pennino nell’inchiostro.
Nero. Non potrebbe avere altro colore.
Rosso sangue, forse, ma di sangue non ce n’è mai stato molto. Il nero, invece, ha dominato sin dall’inizio.
Era notte, la prima volta.
Non ricordo che tipo di notte fosse, né di che colore fosse il cielo. Il buio è la sola cosa che sia rimasta impressa, anche se nella stanza c’era forse una luce tenue.
Fiaccole. Torce.
Una luce pallida, quasi timorosa d’infrangere il buio, di spezzare quella perfetta distesa di nero.
Lo stesso nero che ora vedo ricoprire il foglio, insinuarsi tra le venature della pergamena, disegnando arabeschi sinuosi mentre scrivo.
Ho sempre avuto paura anche solo di parlare, di pensare.
Perché scrivere, ora?
Non lo so. Da giorni mi assilla il ricordo della sua mano. La destra, credo.
Cercavo di non guardarlo mentre lui mi fissava, studiandomi senza alcuna discrezione.
Cercavo di non guardarlo, eppure il ricordo dei suoi occhi è indelebile.
E la mano continua ad assillarmi. La destra, quella che mi colpì in volto, facendomi serrare di scatto le labbra. Ricordo di aver battuto la testa. Ma non aveva importanza.
La sua voce continuava a riecheggiarmi nelle orecchie, e ancora oggi non riesco a liberarmi di quel suono, nonostante il tempo trascorso.
Le parole… Non le ricordo. Non tutte.
So soltanto che non definirei ciò che ci siamo detti un discorso.
Insulti? Forse un gioco. Con lui non sono mai riuscita a capire la differenza.
Ma il ricordo del suo tocco mi assilla. Tutt’altro che delicato, quella prima volta. Così come le successive. Quando è subentrata la paura? Ha sempre potuto raggiungere soltanto il mio corpo.
Anche quando ero a terra, distesa nel buio di una stanza non mia.
Il buio. Una distesa liscia e carezzevole. Ora non vorrei altro abbraccio. Ma allora?
Allora volevo la luce. Volevo essere altrove.
Ero in una stanza non mia, intenta a contare stelle, incapace di dormire.
Come possono gl’incubi infestare una mente sveglia?
Come possono tormentarti con il ricordo dei colpi, con il suono stridente del metallo contro il fodero, con il ritmo dei passi che scandisce il respiro, rendendolo ansioso, colmo di paura e malcelata attesa?
Chiudo gli occhi, come ho sempre fatto nell’attimo prima di udire la sua voce, di percepire con chiarezza la sua presenza.
Chiudo gli occhi e rivedo ogni istante. Ogni momento. Torno a percepire ogni tocco e devo concentrarmi sul movimento del petto, che si alza e si abbassa, per essere certa che l’aria raggiunga ancora i polmoni.
Quanto c’è di affine tra il terrore e il desiderio?
Eppure la convinzione di dover resistere resta salda. Nonostante i suoi occhi che mi osservano, seguendo ogni mio movimento. È immobile. Inginocchiato. Non potrà muoversi ancora per un poco, ma io indugio. Lo osservo alla luce della luna, cercandone gli occhi.
Ora so perché gli ho parlato. So perché non sono fuggita.
Come avrei potuto non desiderare che tornasse da me, che venisse a cercarmi ancora?
E quale movente migliore avrei potuto offrirgli della vendetta?
È tornato.
Come posso desiderare che mi tocchi? Tremo e mi allontano, quando so che avrei voluto avvicinarmi. Cerco di nascondermi, ma il corpo non mi aiuta. Resta rigido, trascinandomi dove sono ancora più visibile. Uno sguardo alla catena, seguendo ipnotizzata il puntale che ondeggia, lento e inesorabile. Passo la lingua sulle labbra, ed è strano sentire il sapore amaro del ferro quando è ancora così lontano da me.
Lontano. Eppure non come prima. Sempre più vicino.
Indietreggio ancora, e la parte razionale, quella consapevole, riesce infine a convincere il corpo.
Troppo tardi. Quando mi risveglio, non riesco a respirare.
Labbra secche. Il sapore del sangue. Tanto sangue. Lo strazio della carne dove le catene stringono, impedendo ogni movimento. Forse sono l’intontimento e il dolore a spiegare quel pallido tentativo di fuga: poco più di qualche strattone alle catene che mi tengono bloccata su una branda neppure troppo comoda.
Il dolore fiorisce ancora, violento e improvviso. Poi avverto la sua presenza. Ogni sensazione si acuisce, e il dolore si attenua.
Ma non parlo. Non posso.
Riesco soltanto a emettere singhiozzi spezzati e qualche debole diniego, rivolto più a me stessa che a lui. Minima l’opposizione. Quasi nullo il tentativo di resistergli, di allontanarlo.
Ricordo di aver chiuso gli occhi per non vedere i suoi.
E nel buio delle palpebre abbassate l’ho odiato.
Quando è tornata la luce, lui era scomparso. Aveva lasciato nuovi lividi sul mio corpo.
L’ho cercato con lo sguardo. Inutilmente. Neppure le catene ferivano più polsi e caviglie.
Da libera, l’ho odiato ancora di più per essersene andato.
I vestiti erano ormai poco più che stracci quando mi sono trascinata fuori dalla stanza e poi fuori dalla casa. Ho gettato un ultimo sguardo alle mie spalle prima di allontanarmi, convinta di dovermi nutrire di odio per dimenticarlo e tenerlo lontano da me.
Allora perché l’ho difeso? Perché, quando l’ho visto di nuovo in ginocchio, inerme per sua stessa volontà, ho impedito che lo colpissero? Aiutandolo, mi sono scoperta a sorridere.
La sciocca giustificazione d’essere l’unica ad avere il diritto di procurargli dolore è bastata a quietare la coscienza mentre, ancora una volta, gli parlavo, trasformando quel sorriso in derisione. Ancora una volta ho fatto in modo che tornasse da me.
Si è stancato di picchiarmi.
E io rimpiango i colpi che lo portavano, seppure per pochi istanti, a toccarmi.
Sono sola in una piccola tenda che odora d’incenso, priva di qualsiasi comodità che possa rendere desiderabile il sonno. Sono sola quando mi concedo una sorta di vergognosa nostalgia, maledicendomi al tempo stesso per la mia debolezza.
Così, quando torna, resto a distanza. Cerco di farlo andare via. Cerco di creare l’occasione che mi permetta di non incontrarlo mai più.
Questo continuo a ripetermi. Anche quando le labbra si schiudono per invitarlo a restare.
Quando mi accorgo di ciò che ho davvero detto, il corpo si sta già muovendo da solo, fluido e autonomo, per indicargli l’alloggio che gli è stato riservato.
E nel silenzio della mente mi dico, con una convinzione accuratamente costruita, che non lo vedrò più. Che non sarò lì a salutarlo quando se ne andrà. Che morirà di fame prima che io gli dica dove trovare del cibo.
Un’ora dopo torno da lui. Mi insulto. Cerco di fermarmi. Non serve.
Il corpo non ascolta.
E neppure la mente, quando la sua mano si posa sulle mie labbra, stringendo quanto basta a impormi il silenzio. Tremo vicino a lui.
Perché? L’assenza di una risposta, o forse la certezza della risposta: ecco la causa della mia paura, improvvisa e assoluta. E faccio in modo che venga portato via da me. Che mi resti lontano.
Non riesco però a sopportare l’idea che qualcuno possa fargli del male.
Qualcuno che non sia io? Forse. Ma lo difendo ancora. E torno a cercarlo.
Apro la porta di casa sua, assordata dal mio respiro affannoso, e sobbalzo allo strusciare dei piedi scalzi sul pavimento. Fisso la porta della sua stanza, desiderando di poter vedere attraverso.
Non posso permettermi di aprirla. Voglio che si svegli, che mi veda. E non lo voglio.
Scrivo un biglietto in fretta, senza cura, senza riflettere. Poi sono libera di correre, di allontanarmi, di cercare un riparo dove dormire e sognare di tornare, di riuscire a non fuggire davanti a una porta chiusa. Mi trascino senza convinzione lungo strade e vicoli angusti, scegliendo d’istinto i percorsi meno frequentati.
Passi lenti, svogliati, che si arrestano per un pensiero improvviso. Quante persone soffrono perché io non riesco a stargli lontana? Un brivido, e riprendo a camminare.
Lascio le strade per cercare erba e alberi.
In un momento di lucidità mi accorgo che i miei passi non sono casuali come credevo.
Cerco un luogo preciso. Un luogo dove so di trovare qualcuno che possa distrarmi, anche se non so per quanto. E di nuovo mi ritrovo in una stanza non mia, dove non posso neppure contare le stelle.
C’è qualcosa, nella condizione del prigioniero, che mi inclina all’apatia e al sonno, lasciando agli altri il compito di preoccuparsi della mia sorte. Al prigioniero, di solito, non è richiesto nulla.
Ma l’idea della prigionia in vista dell’asservimento riesce a restituirmi un vago desiderio di lotta.
Inutile.
Mi ritrovo in un mondo capovolto, dove la fiducia incide la pelle con ferri roventi e sono gli incubi a offrire aiuto, a parlare di libertà. Il ricordo mi assilla. Non quello del tocco, questa volta.
Indugio e ripercorro con lo sguardo la distesa nera sul foglio, mentre la mente contempla l’immagine indelebile di due figure che si guardano, che si parlano. Un’immagine sbiadita, perché è il suono a dominare il ricordo, e la consapevolezza della risposta che mi salì spontanea alle labbra.
Ma mi impedii di parlare. Perché? Non saprei dirlo neppure ora.
Quando se ne andò, l’immobilità del corpo mi parlò di dispiacere, e non cercai neppure di dissimularlo. I ricordi si fanno più recenti. I sorrisi, più frequenti.
Sorrisi di scherno e commiserazione. Scrive, e io vado da lui.
Non cerco di impedirmelo. Non mi offro giustificazioni che non ho più bisogno di inventare.
Quando lo vedo, non provo a nascondere la paura, la preoccupazione, l’affetto.
E ancora una volta gli parlo, scegliendo con cura le frasi.
Ne cerco la vicinanza, rispondendo a una sete che sono stanca di celare persino a me stessa.
Il corpo ha smesso di tremare al tocco delle sue mani.
Lo guardo, studiandone ogni dettaglio, prima di andare via, sapendo che la mia assenza non sarà lunga. Non mi volto a guardarlo. Mi perdo invece a fissare il buio.
È sempre buio.
Fisso di nuovo il foglio, dove l’inchiostro ha disegnato una larga chiazza scura per l’improvvisa immobilità della mano. E mi scopro a chiudere gli occhi, desiderando di dormire.
Sogni o incubi, non ha importanza.
Entrambi nascono dal desiderio della mente. Entrambi lasciano strascichi durante il giorno, facendo desiderare ancora la notte. Ancora il buio.