Il padre

per chi, leggendo “L’Innocenza”, mi ha chiesto che cosa succedesse al padre.

… You know that I will save you from all of the unclean
I wonder what you’re doing imagine where you are
There’s oceans in between us but that’s not very far.
.

Puddle of Mudd – Blurry

I raggi del sole al tramonto sono bassi sull’orizzonte: lame di un arancio brillante che creano ombre lunghe e riflessi più cupi contro un cielo che si fa di velluto. L’uomo è fermo ad un crocevia, con una gerla vuota sulle spalle e un cappellaccio a tesa larga nella mano destra, che gli ciondola inerte e stanca lungo il fianco; scruta il sentiero verso est, socchiudendo gli occhi per guardare le sagome dei passanti ancora lontani. Sono occhi azzurri, molto chiari, cui le fatiche, le preoccupazioni e le intemperie hanno ricamato intorno un fitto reticolo di rughe; sono occhi stanchi dopo un’intera giornata di lavoro, eppure osservano con estrema attenzione la sfilata di animali, carretti, contadini e mercanti che lasciano la città dopo una giornata passata al mercato. Tiene il viso leggermente inclinato, lo sguardo basso di chi cerca qualcuno di non troppo alto, che potrebbe facilmente nascondersi dietro figure più imponenti. Ogni tanto lo salutano, ma lui non ricambia che distrattamente. E mentre l’ultima luce scivola oltre la linea dei campi, ad ovest, per lasciare il posto alla notte, l’uomo lascia cadere la gerla vuota nel fosso accanto al crocevia e inizia a correre verso la città. Corre in silenzio, all’inizio, un silenzio rotto dal respiro che si fa sempre più affannoso: è un uomo alto, dal corpo temprato dal lavoro nei campi, eppure bastano pochi metri perchè il respiro si spezzi nella corsa, facendolo incespicare di tanto in tanto, come se le gambe lo volessero costringere a riprendere fiato. E s’avverte chiara, in quei brevi istanti in cui l’affanno lo vince, la paura. 

La paura arriva a distorcergli i lineamenti, rendendo il volto – altrimenti regolare – una maschera tesa in cui spiccano in modo innaturale gli zigomi e la mascella contratta. Urla, di tanto in tanto: urla un nome, uno soltanto. Il nome della figlia che non vede, che non trova, che non c’è. E ogni nuovo richiamo è più denso d’angoscia del precedente, tanto che quando è ormai alle porte cittadine il nome non si distingue più, e s’avverte solo un grido che pare inarticolato. Quando le guardie lo fermano è pallido, con le mani – così grandi, così forti – che tremano incontrollate. Nel freddo della sera d’autunno ha ancora le maniche della ruvida casacca di lana arrotolate fino al gomito, e non sembra neppure capire quando gli chiedono dove sia il suo mantello: ripete incessantemente il nome della figlia, a bassa voce ora, come fosse una preghiera. E una volta catturata l’attenzione di una guardia, gliela descrive con voce tremante d’amore e terrore: otto, forse dieci anni, capelli biondi che scivolano fino a metà schiena, ritorti in ampi, morbidi boccoli, e due occhi azzurri grandi e limpidi. Una bambina felice, una bambina innocente. L’hanno vista passare, con un carretto trainato da un asinello. Era al mercato, ed ha lasciato la città insieme alla folla di mercanti e contadini che s’apprestavano a tornare a casa; c’era un uomo, con lei, gli dicono, e gli indicano sommariamente una direzione. Come sospinto dai refoli del vento autunnale, nel buio della notte che avanza, l’uomo si mette in cammino.

Percorre sentieri stretti, a stento tracciati. Oltrepassa campi incolti ed altri coltivati con cura; la notte ha lasciato il posto al giorno, ricomiciando un ciclo di cui lui pare essere inconsapevole: cammina, frugando i dintorni con sguardo attento, gli occhi sempre socchiusi. Durante la marcia incontra fattorie o villaggi, fermandosi a mangiare quando la fame rende il passo incerto, fermandosi a dormire quando il sonno gli fa chiudere gli occhi quando non è ancora fermo. Contadini e osti lo accolgono in cambio di nulla, ascoltando il suo racconto con occhi colmi di dolore e compassione, fidandosi della sua disperazione nonostante l’aspetto da cane randagio, con i vestiti logori e l’aria trasandata per il viaggio, l’angoscia, la stanchezza. E quando, alla prima neve, uno dei suoi benefattori gli regalerà un mantello, avrà la voce arrochita nel ringraziarlo, e gli occhi azzurri, chiarissimi, velati di gratitudine.

Solo due volte, nel suo lungo peregrinare alla ricerca della sagoma di sua figlia, dell’ombra dell’uomo che l’accompagnava, incontra qualcuno che non sembra partecipare della sua disperazione: un nobile, in una tavera, una fredda sera d’inverno, quando la neve è ormai troppo alta perchè lui riesca a proseguire, e un garzone di bottega, che sta imparando a conciare le pelli, in una tiepida notte di tarda primavera, con il cielo trapunto di stelle.  Il primo lo deride per la futilità della sua impresa, dando una voce beffarda ai suoi stessi pensieri: così tanta strada, così tanti mesi, e non un cenno, non un segno. Eppure lui, forse folle ormai, si ostina nella ricerca. Ma quando, non cedendo alle provocazioni, lui si limita a stringersi nelle spalle e avviarsi all’uscita, l’uomo gli lancia il suo bastone: un gesto sprezzante ad accompagnare un dono utilissimo. Il secondo sembra compiangerlo per l’ossessione irrazionale che lo spinge a cercare la figlia ancora e ancora, quando – dopo così tanto tempo – neppure la terra che può averla accolta ne serberebbe ancora il ricordo. Giovane aiutante del conciatore, non ha famiglia nè legami: e sebbene l’uomo veda il compatimento nei suoi occhi, e l’incomprensione, lo compiange a sua volta, per tutto ciò che gli manca, che ancora non ha conosciuto, che forse non conoscerà mai. E mentre – con nuovo slancio nei gesti e nei toni – gli racconta l’amore per quella sua figlia dalla risata argentina, dagli occhi blu luminosi quanto il cielo d’estate e i capelli biondi e setosi, il ragazzo scuote il capo, e gli allunga senza dir nulla un paio di stivali: i suoi erano ormai troppo consunti per poter sopportare altra strada.

Dopo un anno e un giorno di strade sconosciute, giacigli ruvidi e fortunosi e pasti improvvisati, il paesaggio si fa noto intorno a lui: il suo sguardo non ha perso l’attenzione guardinga delle prime ore della ricerca, e riconosce senza difficoltà i campi e i frutteti che tappezzano le terre intorno alla città. E, a una curva del sentiero, nella luce cangiante dell’imbrunire, gli pare di scorgere, in lontananza, le mura cittadine. Allunga il passo. Ma – via via che si fa più vicino – non riconosce i merli, nè il fossato, o le  torri di guardia; vede un castello che ha qualcosa d’antico, di fatiscente, con il parco lasciato ai capricci della natura, le finestre polverose e il portone cigolante. S’avvicina, oltrepassa la soglia. E, all’ingresso, lo attende una figura ammantata di nero: un uomo alto, così alto che il mantello gli arriva a malapena alle ginocchia. Ha stivali logori e pantaloni consunti, e le mani nodose tengono il cappuccio tirato a coprire il volto. E’ curvo, come per una deformità, ed è zoppicando che gli fa cenno di seguirlo; lo porta oltre le ampie scalinate, verso il salone principale, dove l’aspetto fatiscente del castello lascia il posto ad un ambiente onirico, fatto di candele e lettini e veli candidi. Lo guida, senza esitare, verso uno dei lettini, e con gesti accorti solleva il velo che lo ricopre, fissando a lungo il bambino che qui giace addormentato: un bambino di forse cinque anni, che dorme con un sorriso sulle labbra rosee, con i capelli neri, liscissimi, che gli si arruffano un po’ sulla fronte. Allunga una mano nodosa, come volesse accarezzarlo. Non lo tocca, ma si volta verso l’uomo e lo fissa con occhi neri, penetranti: con un gesto rapido gli drappeggia il mantello sulle spalle. In quell turbinìo di stoffa lui non riesce a vederlo, ma ne sente il sospiro, l’ultimo, liberatorio: un sospiro di sollievo, mentre la pressione delle mani sulla stoffa svanisce e della sagoma curva non resta altro che il ricordo.Ormai solo, s’aggira per l’ambiente, osservando i lettini, e le figure addormentate che i veli proteggono; ad ogni passo s’incurva, come se un peso enorme gli venisse caricato sulle spalle. E’ un lettino d’angolo che lo attrae: vi sosta a lungo accanto, immobile, senza toccare i panneggi candidi che lo coprono, osservando attraverso la stoffa la massa di boccoli biondi sparsa sul cuscino.

Non sa dopo quanto tempo si riscuote e s’avvia all’uscita, appoggiandosi pesantemente al bastone. Lascia il castello, riprendendo il suo lungo peregrinare; esita, prima di tirare il cappuccio sul viso, e si volta, guardando un’ultima volta il castello fatiscente, con sulle labbra il sorriso nostalgico e amorevole di chi guarda la propria casa prima di partire per un viaggio.

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