L’Innocenza

[…] And sweetest – in the Gale – is heard –
And sore must be the storm –
That could abash the little Bird
That kept so many warm – […]

Emily Dickinson

C’era una volta, o ci sarà – non è questo l’importante – un paese circondato da campi e colline coltivate.

Per chilometri e chilometri, intorno al paese protetto da mura antiche, costruito nell’ansa ampia di un fiume largo e profondo, non si scorge altro che terra fruttifera e florida, e qualche fattoria solitaria. Un unico ingresso, governato da un ponte levatoio, permette di oltrepassare le mura e percorrere vicoli angusti e strade più ampie, affollate di pedoni, calessi e carretti. Sono percorsi tortuosi, su cui si affacciano case e botteghe, eppure tutto sembra confluire in un’unica grande piazza, al centro esatto del reticolo di vie e palazzi: una piazza che, nell’albeggiare freddo di una tersa mattina d’autunno, è già affollata dai banchi del mercato, che ombreggiano il lastricato scurito di rugiada con i loro tendoni.

Il sole è solo una promessa ancora lontana, suggerita dal chiarore che si diffonde lentamente, rivelando via via l’azzurro del cielo; l’aria è umida, e una brezza frizzante induce i commercianti ad interrompere le loro attività per stringersi nei mantelli di lana scura.

In un angolo della piazza, addossato al muro, tra l’arco d’ingresso di uno dei vicoli ed il portone di una casa, c’è un piccolo carretto ricolmo di ceste di mele e di vasetti di conserve: con le assi dilavate dai molti inverni vissuti, non è nulla di speciale; lo si noterebbe a malapena, non fosse per la bambina che gli s’affaccenda intorno, sistemando meglio la merce e controllando i frutti uno ad uno, togliendo quelli rovinati per darli all’asinello legato lì accanto.

Avrà otto, forse dieci anni, capelli biondi che scivolano fino a metà schiena, ritorti in ampi, morbidi boccoli, e due occhi azzurri grandi e limpidi, che risplendono della gioiosa spensieratezza dell’infanzia. Sotto la mantellina di lana non tinta s’intravede una veste semplice e stivaletti rovinati dalla troppa strada percorsa; ma sorride, e le gote arrossate dal vento hanno la stessa sfumatura rossa dei pomi più maturi. Non sembra notare l’uomo avvolto in un manto logoro che, nell’ombra dell’arco, è seduto a terra, come accartocciato su se stesso, con una ciotola accanto per l’elemosina; eppure gli occhi neri, così neri da non distinguere l’iride dalla pupilla, sono vividi e attenti: spiccano nel volto pallido, e seguono ogni movimento della bambina. La osservano chiacchierare con i clienti, servirli con cortesia; osservano i gesti accurati con cui incarta le mele, la delicatezza nel riporre i vasetti di conserva nei cestini delle signore. La ascolta canticchiare fra sè nei momenti di quiete, bevendo di tanto in tanto da una borraccia poggiata sul pianale, tra i cesti di mele; ne guarda gli occhi ridenti e l’espressione serena. Verso mezzogiorno, quando i raggi del sole, ormai allo zenith, illuminano la piazza e riscaldano l’aria, l’uomo si alza, raccogliendo i pochi spiccioli nella ciotola con un movimento distratto. E’ alto, talmente alto che il mantello, per quanto lungo, non riesce a coprire le ginocchia, rivelate anche dai pantaloni strappati. La mano che s’intravede è nodosa, e lui resta curvo, con le spalle piegate in avanti come sotto il peso d’una gobba deformante. Il cappuccio nasconde il cranio e gran parte della fronte, lasciando visibili solo gli occhi neri e il volto pallido e magro, segnato da diverse cicatrici; nell’avvicinarsi alla bambina, le labbra esangui e screpolate sono tirate in un sorriso che non scopre i denti. E sebbene, nello scorgerlo, la bambina abbia trattenuto per un attimo il fiato, è rapida a rilassarsi nuovamente, regalando all’uomo un gioioso benvenuto. Non esita a servirlo, e quando lui allunga le monete verso di lei, facendole tintinnare contro il palmo, lei è rapida a chiudergli le dita intorno alla piccola somma, limitandosi ad un cenno vago di diniego. E così, nel tepore del primo pomeriggio, l’uomo le si siede accanto, e i due si fanno una quieta, silenziosa compagnia, fatta di sguardi e di cenni, di un aiuto prestato, di tanto in tanto, nell’incartare mele e conserve per i clienti, fatto dell’osservare insieme l’andirivieni del mercato cittadino, mentre il sole inizia a tramontare, allungando le ombre d’ogni cosa al passare quieto delle ore. E, con l’imbrunire, la bambina libera il cavezzino dell’asinello dal muro, agganciando poi l’animale alle aste del carretto, perchè lo possa trainare. Sistema le ceste e le scatole ormai vuote sul pianale: e sebbene nei movimenti ci sia cura ed attenzione, c’è anche una nota d’impazienza, che s’accompagna alle frequenti occhiate al sole sempre più basso sull’orizzonte. Il padre l’aspetta ad un bivio lungo la strada, per tornare a casa insieme. L’uomo l’aiuta, sbrigando con lei le incombenze della fine della giornata in un silenzio cameratesco; e quando è ora di lasciare la città, l’accompagna lungo vie e vicoli, sino al varco delle mura, e al ponte levatoio. E lì, mentre lei inizia a condurre l’animale lungo il sentiero, lui le indica una strada più piccola, meno battuta, libera dalla lunga colonna di carri e carretti di ritorno dal mercato. Una scorciatoia. Lei sorride. S’avviano. Nel lucore rosso del sole al tramonto, più e più volte la bambina si guarda intorno, spaesata; più e più volte lui la rassicura. E quando le prime stelle iniziano a fare capolino contro un cielo che si fa, via via, d’un blu cobalto, la bambina lascia il carretto, iniziando a correre, nel cercare il crocevia dove il padre l’attende. Corre, mentre l’uomo la segue a piedi, curvo, senza mai mutare il passo lento e un po’ strascicato. Le ultime sfumature di rosso e d’arancio svaniscono, inghiottite dal buio, e la bambina si ferma, ansante, attendendo il solo altro viandante della sera: l’uomo che l’accompagna. Lui le sorride, del suo sorriso che non mostra i denti, e quando la vede sedersi, esausta, su un masso al ciglio del sentiero, la solleva.

La porta in braccio con la stessa cura delicata, la stessa attenzione che i padri riservano ai figli stanchi; e nonostante la schiena curva e l’avanzare esitante, le braccia non  tremano e non hanno cedimenti, nel tenere stretta a sè la bambina. Cammina verso l’orizzonte, senza fermarsi neppure quando lei appoggia il capo alla sua spalla, addormentandosi, nè quando il blu lascia posto al nero della notte, e la falce di luna fa capolino alle loro spalle, iniziando la sua lenta risalita. Passano ore. E senza che il panorama cambi, senza che ci siano luci ad illuminarlo, senza che il sentiero si dirami, un castello – come d’improvviso – incombe davanti a loro. Un castello che ha qualcosa d’antico, di fatiscente, con il parco lasciato ai capricci della natura, le finestre polverose e il portone cigolante. L’uomo entra con la sicurezza di chi torna a casa, cullando la bambina addormentata. Supera l’ingresso e le ampie scalinate che portano ai piani superiori, raggiungendo il salone. E qui, nella luce dorata di mille candele, osserva per un lungo momento le decine di lettini di legno riccamente intagliato, coperti dai drappeggi di un velo lattescente. Solo uno – nell’angolo – ha il velo sollevato, a rivelare l’interno morbido, le coperte di seta. Ed è qui che l’uomo sistema la bambina, togliendole gli stivaletti e la mantellina con gesti esperti, rapidi, di chi non vuole interrompere il sonno dell’altro. E mentre – lentamente – inizia a tirare il velo per schermare la figura addormentata, lei apre gli occhi. Due occhi grandi, azzurri e limpidi, che lo fissano con fiducia, senza paura. Li richiude, abbandonandosi all’abbraccio delle coperte con un sospiro. E – come le molti altri lettini nella stanza – anche il suo viene protetto da un candido velo, che scherma la luce delle candele, proteggendo i sogni di chi dorme sotto i suoi panneggi.

L’uomo resta per un attimo ad osservare la sagoma sfumata della bambina, mentre gli occhi neri si fanno tristi, lucidi di lacrime. Allunga una mano, sfiorando una piega della stoffa con l’ombra d’una carezza.

Quindi si volta e se ne va, stanco e curvo sotto il peso del suo dovere, e lascia l’Innocenza addormentata, per sempre protetta, per sempre lontana dal mondo.

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