L’inizio

Cambio posizione, e pur restando seduta a gambe incrociate sposto la destra sopra la sinistra. Distolgo lo sguardo dalle fiamme che si alzano e danzano al centro della tenda, donando appena un po’ di calore in quell’ambiente ovattato, rivestito di pelli e tappeti in ogni dove; chiudo gli occhi e reprimo un brivido. La punta della lingua passa sulle labbra riarse, prendo fiato e sento la mia voce uscire tremante, non più di un flebile sussurro. Sento lo sguardo attento del mio interlocutore fisso su di me, sul volto, ignorando il corpo protetto solo dalla massa ribelle e riccia dei boccoli verdeacqua. Stringo le mani intorno alle ginocchia, ferendo la carne, e quando riapro gli occhi mi concentro solo sulla mia voce, fissando un punto indistinto oltre lui, cieca al mondo. Mi ascolto raccontare di una ragazzina ignara della vita, della luce del sole..la mia mente evoca l’umido delle pareti di roccia, il freddo di ogni folata di vento che s’insinuava nella mia stanza spoglia e grigia, priva di luce che non fosse il riverbero d’una torcia appesa nel lungo e basso corridoio che portava alle celle di tutte noi. La voce diviene una cantilena lontana, mi accorgo, e scorrono nella mente le immagini delle tonache nere dei guardiani, i loro frusciare – noto sottofondo che accompagnava il rintocco dei tacchi e il lieve tintinnio del metallo delle catene che portavano ritorte intorno ai polsi – e il frusciare differente dei piedi scalzi sulla roccia: piedi di bambine. All’epoca tutte più piccole di me. E’ difficile parlare, e deglutisco molte volte. Nel mettere a fuoco per un istante il suo viso, c’è solo pazienza, e un accenno di sorriso che sembra quasi dolce. Sorrido a mia volta, e questo spezza il flusso regolare del respiro, riducendolo ad una sorta di sbuffo che suona ironico, amaro. Riprendo il racconto; divento improvvisamente consapevole del punto della narrazione quando le labbra articolano, in un soffio, una parola in una lingua che non ho mai conosciuto, e che pur tuttavia suona così naturale e fluida al mio orecchio, alla gola stessa. Fanciulla delle Fiamme, così ero chiamata; quello era il nome che identificava chi – come me – era stato cresciuto per danzare fra le lingue di fuoco, e sopportare il bacio rovente della profezia indotta. Nel ricordare alzo il mento, a mostrare una beffarda parodia dell’orgoglio che – lo ricordo con commiserazione – quell’appellativo suscitava in me. Non mi fermo nemmeno quasi per prendere fiato, come trascinata dalle parole sussurrate nel silenzio irreale della tenda, dove neppure il fuoco scoppietta più; osservo – come da molto lontano, come fossi fuori dal mio stesso corpo – la mia immobilità inespressiva, così in contrasto con il susseguirsi di emozioni perfettamente leggibili sul viso davanti al mio, oltre l’alone rossastro che si fa sempre più debole al consumarsi progressivo della legna. E mi dispiaccio per lui, quando lo vedo passare dalla curiosità allo sgomento nel sentire del corpo di una ragazzina che si muove insieme alle fiamme, danzando sopra le braci ardenti a piedi scalzi, i capelli ondeggianti intorno al corpo a richiamare il guizzare del fuoco che proietta ombre inquietanti sulle pareti di roccia scura, gli occhi annebbiati dalle droghe e dall’estasi, le labbra arricciate in un ghigno inumano che fa sorridere – lo so, l’ho sempre saputo anche se non ho mai potuto vedere – i suoi carcerieri mascherati, avvolti nelle spesse toghe nere, intenti a fissare la danza per interpretare i messaggi del loro dio, accennando litanie sottovoce. Un dio di cui parlo con fatica, alzandomi di scatto dalla mia posizione per fare due passi verso l’uscita, senza però scostare il lembo di pelle che darebbe accesso al mondo esterno, così bianco e soffice e freddo in confronto all’oscura, fumosa e calda intimità della tenda, che mi ricorda la caverna in cui il corpo diventava rovente, e si muoveva sotto l’influsso di forze che non appartenevano a me, ma assecondavano la volontà di una divinità dalla carnagione nera e dalle pupille rosse, in occhi senz’iridi, come lo vedevo fluttuare sotto le palpebre semi abbassate, nei primi livelli d’incoscienza che raggiungevo. Una divinità dalla risata profonda e roca, il cui suono nella mente mi fa interrompere la narrazione. Lo sento alzarsi al mio improvviso silenzio, mentre ancora gli do le spalle; mi si avvicina, e sono braccia fredde quelle che si protendono, accennando a circondarmi le spalle. Un brivido, e mi ritraggo bruscamente, scansandolo e voltandomi per osservarlo, senza celare lo sgomento dipinto sul viso. Al primo accenno di protesta scuoto il capo, rabbrividendo ancora. E’ un balbettio quello con cui gli spiego che non posso, ed inizio a parlargli di ciò che mi unisce al dio; un legame che ha origine in una notte di cui non ho memoria, di cui non posso avere memoria. Una notte di blasfemia e amore – o forse violenza – una notte in cui una delle Fanciulle ha conosciuto il volto privo di maschera di un carceriere. Ed al mio primo vagito fu data alle fiamme, lei, impura. Io invece ero un’eletta, figlia di un credente: il fuoco mi accolse senza bruciarmi, e il volto del dio fu il primo che i miei occhi ancora chiusi videro, a sancire un legame di possessione ed esclusività che rese la mia mente folle, la mia volontà nulla, il mio corpo rovente per allontanare chiunque cercasse di toccarmi. E questo resta, ancora ora. Al secondo abbraccio mi ritraggo di nuovo, di nuovo un cenno di diniego, giurando la verità delle mie affermazioni. E mi bruciano gli occhi, per lacrime mai – o non ancora – versate, quando lo vedo allontanarsi, tornando a sedersi oltre il braciere, nel punto della piccola abitazione che gli consente di stare il più lontano possibile da me. Lo osservo in silenzio, immobile, chiudere gli occhi e passarsi una mano sul volto. Mi ascolto tacere per lunghi istanti, chinando il capo fino ad una sua esortazione. E’ solo a quella – e alla domanda che segue – che riprendo il racconto. Senza un apparente filo logico, inzio a parlargli delle visioni, sempre più precise ed accurate, che si susseguivano nella mente ad ogni danza: erano rapide apparizioni di simboli, volti e luoghi concatenati in un ordine preciso, e scanditi dagli echi della risata del dio. Sapevo che mi venivano fatte delle domande, dalle voci monocordi ed identiche degli spettatori, e sapevo che alle domande la mia danza cambiava: lenta o frenetica, fluida e sinuosa oppure caratterizzata da scatti e movimenti bruschi; cambiavano anche le ombre proiettate dal fuoco che arrivava a lambirmi piedi e caviglie, e che mostrava – in un gioco di negativi e figure sfumate – quello che appariva chiaro davanti ai miei occhi, nell’intontimento che caratterizzava il rito. Prendo fiato, per andare avanti, ma vengo bloccata da una mano che si leva d’improvviso, perentoria. I suoi occhi mi scrutano, e sento qualcosa bruciare su di me, sul volto. Deglutisco e mi siedo, piano, lontana dal centro della tenda, lontana da lui, come solo l’ingresso mi possa dare protezione. Lo guardo ad occhi sgranati, odiando – anche se so non trattarsi davvero di odio – quella sua aria disgustata mentre pone una domanda, una sola, a voce bassa. Trattengo il respiro prima di iniziare a rispondere, e vedo la smorfia disegnarsi più netta sulle labbra alla mia professione di innocenza, di ignoranza. Affluisce colore al mio viso: un rossore rivelatore, che mi costringe a proseguire, a confessare: consacrata sin dalla nascita, ero la più longeva fra le danzatrici, che vedevo arrivare – bimbe o ragazze – trascinate semincoscienti dai fedeli, con polsi e caviglie legate e alla bocca un accenno di schiuma, indizio evidente della droga somministrata a forza e in dosi eccessivamente massicce. Morivano presto, oppure il fuoco le consumava. Io sopravvivevo a tutte loro, di volta in volta ne vedevo arrivare di nuove, mentre continuavo a danzare. Il dio mi amava per ciò che ero, lo sapevo; nel suo amore, mi rendeva sempre più cosciente di ciò che voleva comunicare ai suoi neri adoratori. Cosa caratterizza l’amore di un dio assassino? La morte. Vari tipi, di morte, che potevo scorgere prima solo per brevi attimi nelle mie visioni; poi ogni immagine si faceva più chiara, i dettagli erano impossibili da riconoscere. E’ difficile – sento la mia voce dire, roca ormai – che una mente annebbiata, lontana dalla ragione e dal suo io, arrivi a provare terrore. E’ difficile ed occorre tempo, perchè lo sgomento cresca e si cerchi di sfuggire ad una consapevolezza nuova, che stravolge il tuo mondo e le tue sicurezze: lì nessuno era mai stato gentile, nessuno era mai stato amichevole, nessuno si era mai realmente occupato di me. Ma nessuno mi aveva mai fatto davvero del male. Suona infantile il mio dire, nei toni e nelle parole, lo sento. Chiudo gli occhi, nel tentativo di rifiutare quello che dico, come lo dico; eppure proseguo, di fronte a lui ormai silente, con di nuovo una luce gentile nello sguardo mi è parso, o spero.  Ed è come aprire un nuovo capitolo, quello in cui l’amante sfugge l’amato perchè – caduto il velo dell’inconsapevole illusione – ha scorto infine quanto è turpe il suo animo. Non mi era stato insegnato mai nulla, non avevo concezione del bene e del male, nè del mondo al di fuori della roccia; eppure vedere cadaveri ammassati in campi arrossati, o ragazze accasciarsi d’improvviso, per una freccia avvelenata lanciata da una cerbottana nascosta nell’ombra , con il sorriso eternamente acceso sul volto, in una sorta di muta accusa, ha scosso qualcosa in me. E ancora scuote, come dimostra fin troppo chiaramente il tremore che distorce ogni parola, e che assale il mio corpo, spingendomi ad abbracciarlo nel continuare a spiegare come quelle che erano solo sequenze di immagini divenivano storie di uccisioni, di vite troncate, di rapimenti. Capii da dove venivano le piccole Danzatrici destinate ad un orribile destino. Capii quale fosse il senso della mia esistenza, per un breve istante – credo – potri abbracciare con la mente un destino cupo ed identico; in sottofondo, il boato di un’esplosione. Caddi a terra a metà della danza, e ancora mi accascio, appoggiandomi ad un trespolo rozzamente nel legno. C’è una pausa; una pausa non breve, durante la quale lo sento agitarsi. La volontà reagisce al suo nervosismo: mi risollevo, sorrido. E’ una consapevolezza distante, indisitinta, la mia. Eppure sono sicura dei movimenti del mio corpo, sono sicura delle parole che sto per pronunciare, nel rispondere alla sua inespressa sete. Non è stato altro che un regalo. Inconsapevole, forse, ma un regalo. Non penso sarà mai possibile distogliermi da questa convinzione, che prese forma quasi immediatamente nella mente intorpidita dalla stanchezza, mentre dormivo riversa sui carboni tiepidi della fossa cerimoniale, intoccabile per chiunque. Semi incosciente, li vidi combattere. L’immagine torna chiara alla memoria mentre la descrivo a lui, rievocando ogni particolare: è tutto così nitido, ancora. E cerco di rendere l’idea, mi accorgo, di cosa possa essere sognare qualcosa che non conosci senza aver assunto sostanze che aprano la mente alle visioni, che ne indeboliscano le protezioni. Perchè io non sapevo – la voce si alza, diviene un poco più stridula, ma mi ignoro, persa nel ricorso – io non sapevo cosa fossero le due creature che vedevo combattere, avvolte da una luce malsana, verde e pulsante, così diversa dal calor rosso che solitamente mi abbracciava nel sonno. Sognai per ore, credo, e per ore le due fiere combattevano; le vedevo infliggersi ferite mortali, snudare le zanne e protendere gli artigli per cercare di porre fine a quella danza mortale. E anche quando finiva, quando li vedevo fluttuare immoti, li sapevo privi di vita, vedevo le ferite rimarginarsi; si rialzavano, allora, e la lotta ricominciava. S’insinuò in me la consapevolezza di un ciclo eterno, sento le mie labbra articolare, la voce percorsa da una sorta di incredulità. Alzo gl’occhi su di lui: mi sembra ancora di essere fuori da me. Sgrano gli occhi e mi alzo, meccanicamente. Lo vedo alzarsi con me, ma non reagisco. Sono così vicina che basta allungare una mano, e il freddo pungente della neve in alta montagna mi scotta la pelle. Sono scalza, eppure faccio un passo all’esterno; trattengo un sibilo, e lo sento all’interno arrabattarsi per afferrare almeno un mantello, e infilarsi gli stivali. Ma inizio a camminare, sempre più rapida. Corro, alla fine. Dove? Non ne ho idea. C’è solo una domanda a spingermi, a far pulsare troppo forte il cuore, a far accelerare il respiro: Perchè? E’ un rimbombo costante. E scappo da lui, che l’ha generata. Scappo dalla risposta, o forse corro da lei, non sapendola. Non so neppure bene di cosa mi stia chiedendo il perchè: se del sogno, del resto della storia, o di lui. Ha importanza? È tutto collegato, e niente prescinde da niente. Corro.

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